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Sul memare Massimiliano Allegri

Una riflessione semiseria su uno dei fenomeni sportivo-culturali più interessanti degli ultimi vent'anni in Italia: Allegri e la cultura pop.
Pubblicato il 31 Marzo 2024

Prima di cominciare è necessario un disclaimer: questo non è un post sul calcio. Suona strano, considerato come si parli di un allenatore (Massimiliano Allegri, ebbene sì) e di club di Serie A.

Se però dovessi dare una giustificazione al fatto che mi sia messo di buona lena per scriverlo è che faccio fatica a ritrovare nel mio percorso personale una fascinazione tanto forte come quella che provo guardando la carriera di Massimiliano Allegri e, soprattutto, ciò che è germogliato attorno a lui dal punto di vista narrativo.

Un fenomeno piuttosto complesso e certo non riconducibile a un’unica disciplina, che sa mescolare abilmente comportamenti sociali, narrazioni collettive, digitale e anche
-alla fine, ma proprio alla fine- l’atavica e non replicabile passione italiana per il calcio.

Un mix che è essenzialmente inimitabile e che, appunto, mi obbliga a scriverne con la curiosità con cui ho ragionato, tanto per dirne qualcuno, sui Nutella Biscuits, sul concetto di lentezza o su fenomeni meno battuti della social sfera.

Questo è altrettanto meritevole di essere esplorato.

Quindi a quanti di voi non seguono il calcio e si stanno chiedendo perché lo stia facendo dico: “Mettetevi comodi, e fidatevi di me”. Agli e alle altre, che magari sono più dentro il tema, dico “Non è il solito articolo”.

Preambolo doveroso.

Inciso per chi ne sa poco di calcio

Massimiliano Allegri è un ex calciatore e oggi allenatore di calcio.

Di ruolo centrocampista, la sua carriera comincia a metà negli anni ’80 e si conclude nel 2003: gioca in club prevalentemente di provincia (Cagliari, Pescara, Napoli fra gli altri) senza mai vestire la maglia della Nazionale maggiore.

Diventa allenatore nel 2003, e dopo un po’ di gavetta (SPAL, Grosseto, Sassuolo, Cagliari) arriva sulla panchina del Milan nel 2010. Rimane nel club rossonero fino al 2014 vincendo uno scudetto, per poi passare -da svincolato- alla Juventus.

Esonerato nel 2019, torna sulla panchina del club torinese nel 2021. Nel suo primo ciclo si intesta più di dieci titoli, fra cui spiccano ben cinque campionati di Serie A.
Sfiora addirittura due volte la Champions League, nel 2015 e nel 2017, capitolando rispettivamente contro Barcellona e Real Madrid.

Perché parlare di Allegri qui?

La sua biografia, che ho riassunto nelle righe precedenti, sembrerebbe non giustificare il motivo per cui io ne debba scrivere sul mio blog.

Le persone che mi conoscono sanno della mia passione per il calcio (d’altronde, mi è capitato di scriverne in un libro e anche parlarne qui) ma, nel caso specifico, qui parliamo di qualcosa che interseca pesantemente lo sviluppo di narrazioni collettive.

Parlare di questo allenatore, di come le persone lo considerino e come si racconti e venga raccontato, ciò che fa, il suo percorso, non è una semplice chiacchiera da stadio quanto uno spaccato piuttosto intrigante di tutta una serie di meccanismi che fanno parte della nostra quotidianità e che meritano di essere studiati.

Detta in estrema sintesi: stiamo parlando di un’evoluzione di stampo culturale pop che rientra a pieno titolo in ciò che abbiamo battezzato “meme“.

La Treccani definisce così il termine: “Singolo elemento di una cultura o di un sistema di comportamento, replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro o da uno strumento di comunicazione ed espressione a un altro (giornale, libro, pellicola cinematografica, sito internet, ecc.).“.

Il fenomeno dell’imitazione di un contenuto è una delle tante declinazioni creative che l’accesso alle tecnologie digitali hanno permesso di implementare.

Oggi è comune parlare di User Generated Content, ma già solo 20 anni fa il fatto che qualcosa di popolare venisse poi declinato in modalità nuove dal basso, magari proponendo roba altrettanto notiziabile, era una novità.

Prendiamo uno dei primi meme del millennio, i tassi di Badger Badger Badger: un’animazione in flash che divenne ben presto un tormentone con migliaia di contenuti ricreati e direttamente ispirati al frammento creato da Jonti Picking.

Nel tempo, che figure più o meno note diventassero a loro volta contenuto da sfruttare per costruire nuovi significanti e significati è diventata la norma.

In Italia come all’estero la fenomenologia che in principio venne osservata su Chuck Norris (i divertentissimi Chuck Norris Fact) ha investito tanti altri personaggi.

Qui in Italia fra gli altri citiamo Pippo Franco, Giancarlo Magalli candidato in pectore per il Quirinale, l’ex senatore Antonio Razzi fino alla recente esplosione del trend “lo zio” Gerry Scotti.

Chi più chi meno, tutti hanno influito e influenzano linguaggio, forme espressive e retorica quotidiana, assumendo contorni che inizialmente non erano certo prevedibili.

Nessuno ha però, a mio avviso, saputo raggiungere la capillarità che ha toccato Massimiliano Allegri con la sua legacy culturale: un qualcosa che non ha trovato pari neanche nella diatriba fra Gianni Brera e Arrigo Sacchi, che resta nel novero di una valutazione strettamente di campo e comunque limitata ai discorsi -si direbbe oggi- “da bar”.

Già, perché se fino a qualche anno fa Allegri era “solo” un allenatore su cui dibattere, oggi ha saputo polarizzare una visione totalizzante dello sport come metafora di vita, un racconto che dal modo di stare nel rettangolo verde arriva a invadere la visione che si ha della vita, del lavoro, della relazione con sé e con le persone.

Tutto parte, guarda un po’, da una discussione televisiva (un rant, si direbbe su X): sì, sto proprio parlando di quello con Adani.

Non era la prima volta che l’allenatore della Juve litigava con qualcuno in TV dopo una partita: era successo fra gli altri con Mauro, Sacchi, con Sconcerti, (e dopo succederà con Seedorf, De Grandis, Teotino, Dellavalle, Oddenino, ma questa è un’altra storia), ma in quell’occasione il litigio parte da scelte di campo per arrivare a qualcosa di diverso.

Rimane comunque una persona che sa essere molto autoironica.

Fino a quel momento, le critiche ad Allegri sono sempre state mosse rispetto a ciò che si vedeva in campo. Viene spesso citato, ad esempio, un intervento di Federico Buffa che commenta una partita del Milan allegriano.

Nel caso del rant in questione, però, la faccenda è un po’ diversa.

Quella sera del 2019 su Sky si affrontano non un opinionista e un allenatore, ma due visioni: quella complessa, studiata, approfondita, se vogliamo più avanguardista di Adani, e quella più minimale (attenzione, non semplicistica), tradizionale e basica di Allegri.

È una scintilla concettuale che scatena un dibattito che mai si era portato su un piano filosofico. Citavo Brera e Sacchi poco su che si erano confrontati su un piano essenziale: quello dell’efficacia del gioco. Uno diceva che si dovesse giocare in un modo, l’altro proponeva una roba nuova. Il centro del discorso erano semplicemente due strategie diverse per approcciare una disciplina.

Nel caso di Adani e Allegri il discorso straborda su un piano esistenziale ed estetico diventando pura filosofia.

Chi ascolta comincia a schierarsi, discutendone. E comincia ad eleggere entrambi come veicolo per significati nuovi.

Se Adani avrà sempre il ruolo di personaggio che fa spettacolo oltre che opinione (evidentemente, giocandoci su), Allegri invece farà coesistere questa nuova coda lunga nella sua attività di allenatore.

Il calcio, e non solo

Da quel confronto su Sky nascerà un dibattito serrato (che ancora non si è concluso) fra chi stima Allegri per i titoli conseguiti, associando alle sue posizioni le ragioni uniche delle vittorie conseguite, e chi invece considera la visione adanista più consona a una competitività non solo per la Juventus ma per il movimento nella sua interezza.

È in questo contesto polarizzato e polarizzante che monta una sorta di ideologia, quella che rende oggi Allegri non solo un personaggio pubblico, ma una piattaforma di contenuto.

Lui, che negli anni successivi non farà niente per togliersi di dosso le vestigia di chi si fa portatore di una visione (ma ci arriviamo), comincia a enunciare una serie di massime che, sfruttando l’hype del calcio, la sua telegenia e una stampa che naturalmente è propensa a raccontarne i meriti, diventeranno neologismi di uso comune.

Mi riferisco in particolare alla mitologica conferenza stampa dove nascerà quello più noto.

Siamo già nel campo della “memebilità”. La nota passione per i cavalli dell’allenatore bianconero, unitamente a dei tempi cominci indubbiamente naturali per il media, trasformano una considerazione tutto sommato piuttosto elementare in un modo di dire che contamina gli appassionati, i giornalisti, insomma entra nel racconto dello sport come una chiave per leggere la performance nella sua interezza.

Il neologismo “Corto muso” diventa lo spazio di senso dove sviluppare un modo d’essere, che aveva fatto capolino in un certo modo di raccontarsi dello stesso Allegri, il quale aveva usato con buon profitto ad esempio Twitter.

Nel periodo bianconero lancerà diversi hashtag (#FIUUU, #IoCiCredo) che sapranno polarizzare positivamente l’attenzione dei tifosi: non siamo ancora al livello di quello che succederà qualche anno più tardi (Allegri chiuderà i suoi profili social in seguito, rafforzando forse la sua aura) ma è certo che c’è molta inventiva in queste metafore ed espressioni nate (forse anche inavvertitamente) con tanta naturalezza.

Il riconoscimento della Treccani è un qualcosa di diverso.

È la certificazione che Allegri ha superato il Rubicone, tanto che da quel momento la sua parabola a livello mediatico lo porta a diventare sempre più una figura di spicco a livello culturale.

Il preambolo di questo passaggio di stato, almeno a livello underground, è come sul nome dell’allenatore livornese si butti un “artista” che sfrutta i trend digitali per movimentare revenue su YouTube: BeloFigo Swag incide “Massimiliano Allegri (SwaG Allenatore Juve) Stai Li A Non Allenare !!!” nel 2018, scherzando sui contenuti della diatriba con Adani, ma esaltandone l’immagine comunque vincente (o meglio, swag).

Pezzo piuttosto curioso, almeno a livello musicale.

Il “cortomusismo” nella sua essenza diventa un lasciapassare verso un mondo in cui vittoria e infallibilità diventano un tutt’uno, e dove il risultato è metro di giudizio che premia l’individuo.

Una visione culturale e materialista dello sport che va oltre persino agli insuccessi che raccoglierà.

Seppur subisca infatti un esonero dalla Juventus (2019) Allegri continua agevolmente a svolgere in forma crescente direi una specie di ruolo ascetico: esce in quei giorni un libro che ne racconta la visione, e fa una serie di apparizioni che ne premiano la figura scanzonata, disinvolta, vincente, estraendone più il fattore spettacolarizzante che non il solo merito sportivo, addirittura improvvisando.

L’intervista, oggettivamente divertente, che farà da Fazio pochi giorni prima di lasciare la Juventus.

Comincia un periodo per Allegri che possiamo dire di evangelizzazione, dove la pausa diventa opportunità per parlare (poco) ma sempre con dichiarazioni più vicine alla natura di editto che non di pura analisi.

Sembra la presa di coscienza di un uomo che è conscio ormai di esser parte di una narrazione collettiva dove le cose che dice (e suffragate da ciò che ha fatto, prima) diventano automaticamente temi di discussione in grado di orientare nel bene o nel male le attenzioni di chi si approccia al calcio (ma non solo).

Alfredo Giacobbe aveva già cominciato a notare una deriva retorica nelle dichiarazioni di Allegri nel 2019, raccontando su Ultimo Uomo tutte le sue contraddizioni, ma è “da fermo” che il suo discorso sfocia in un’enunciazione totalizzante, che non fa altro che corroborare gli stessi meccanismi che hanno successivamente la Treccani a “neologismizzarlo”.

Il punto più alto è il famoso intervento nel 2021 al Club di Sky, dove Allegri sospinge la sua analisi del calcio facendola diventare una forma di visione del mondo a 360°.

Non è un caso che Marco D’Ottavi scriva sempre su UltimoUomo (il cui racconto di questo periodo è ricco di spunti):

Per due anni la Juventus ci ha provato. Ha inseguito un ideale di libertà, fratellanza e bel gioco trasformando i corridoi della Continassa in quelli della Bastiglia, passando da novembre a brumaio. È stato un tentativo atipico e nessuno si stupisce che sia fallito. Già l’inizio era stato strano: Allegri esonerato col sorriso invece che con la ghigliottina, con una conferenza stampa a braccetto del presidente che gli consegnava una maglia con il numero 5, il numero di Scudetti vinti, e la scritta “History Alone”. «Sono qui per celebrare Max. Un allenatore che da solo ha scritto la storia della Juventus» aveva detto la stessa persona che lo stava cacciando. In prima fila c’era tutta la squadra che applaudiva, le parole del presidente erano al miele. Più che un esonero era sembrata una celebrazione in vita.

La citazione di valori come “fratellanza” e “libertà”, in associazione all’aleatorio ma abusato concetto di “bel gioco”, richiama con forza l’iconografia e in generale il racconto che per un certo periodo ha fatto da contraltare al successo di Allegri sulla panchina della Juventus, quella nato dal basso del “Comandante” Maurizio Sarri.

Il tecnico allora al Napoli a sua volta diventerà simbolo di un calcio innovativo e anti-sistema, popolare e “socialista” (perché contrapposto al club della famiglia Agnelli, simbolo del capitalismo italiano) e meme di un pubblico più legato a un’idea di sport federatore di umanità, più che provider di vittorie e fatturato.

In quegli anni il club di De Laurentis era l’unica rivale della Juventus (in particolare nella stagione 17/18) e colpisce come il confronto, anche a livello narrativo, sia stato così radicale.

A esaurirlo naturalmente sarà la separazione fra Sarri e il Napoli prima e l’approdo dell’allenatore alla stessa Juventus (val la pena citare a questo proposito il commento di Anastasio).

La dicotomia Sarri-Allegri, tutta di campo, si inserisce agilmente in scia allo scontro verbale con Adani perché in continuità con il modo di intendere il calcio: la cosa molto interessante è come questo dualismo sia in grado di spostare significato generando come detto simbolismi collettivi, che diventano quasi politici più che sportivi.

Ho provato semioticamente a ricostruire come questo sistema di senso sia stato compreso, almeno a livello superficiale,

Chi non fa (i teorici) non possono vincere, semplicemente perché non giocano.
Fra chi “fa”, invece, ci sono le “categorie“, che però non riguardano solo il campo.

Allegri è raccontato come un uomo di successo in ogni campo, sino ad essere glamour. È chiaro che la sua è la posizione di chi è arrivato, a dispetto della sua formazione, dei suoi limiti, anche del suo essere in un certo senso “medio”.

Se per i suoi detrattori questo è un ulteriore elemento di condanna, per chi invece lo eleva è solo un altro argomento per confermarne la grandezza.

Si noti nel tweet l’estremizzazione del concetto di “sfigati” in chi prova a contrapporre una lettura basata su approcci più “accademici”, o comunque supportati da fasi di studio approfondito.

Le medesime polarizzazione le si può ritrovare nella lotta “agli intellettuali” tipico di questi anni dove le teorie del complotto, unitamente a una generica sfiducia nella stampa mainstream e nelle istituzioni, ha portato molte persone a smettere di considerare dei valori l’istruzione e la preparazione tradizionale a favore di un rinnovato concetto di self-made man, meno teorico ma più pratico.

Se poi ci aggiungiamo i gossip sulla vita privata di Allegri (dove spicca la separazione con Ambra Angiolini) che lo dipingono come un tombeur de femmes, abbiamo già un quadro piuttosto completo di come sia stato semplice elevarlo a modello.

Il corpo di Allegri

C’è poi un aspetto molto importante da indagare, che è il rapporto con la fisicità del tecnico livornese.

Per spiegarla bisogna partire dal suo ritorno alla Juve, il quale segna un cambio di passo attorno alla narrazione che lo vede coinvolto.

Forte di un quinquennio oggettivamente non facilmente ripetibile se si guarda ai titoli vinti, da subito ci si spinge a diventare racconto di una figura “oltre” il suo ruolo sin dal giorno della sua presentazione (dove fra le prime parole citate dal presidente c’è quel neologismo citato su).

Siamo già nella descrizione dell’etereo, di un qualcosa che esula dal lavoro ed entra nel misticismo.

Con la sua espressività marcata, quella dialettica tagliente e che ben si sposa alle esigenze mediali “accelerate” della Grande Digitalizzazione, Allegri è il miglior prodotto che il calcio italiano potesse produrre per far parlare le persone.

Poco importa che il suo messaggio sia nel solco della tradizione (come sottolinea spesso il suo mentore) e nei fatti rimarrà un allenatore che, seppur in grado di intestarsi molti titoli non avrà lasciato al calcio un’innovazione tangibile, un contributo universale, un qualche genere di insegnamento come ad esempio farà colui che i suoi fan indicano come la nemesi per antonomasia, Pep Guardiola.

Nella griglia archetipale di Jung Allegri viene descritto da chi lo esalta come un Mago (che è nella categoria del Cambiamento, lui che parla di calcio come sport sempre uguale a sé stesso), anche se si muove da un lato come un Sovrano (Stabilità) dall’altro come un Burlone (Appartenenza). Non innova, ma regna: se possibile, facendo sorridere, con leggerezza.

Un profilo poliedrico che vive però secondo un’infallibilità che la sua storia sembra garantire anche per il futuro.

Inizialmente, questa sua insita capacità di incarnare la vittoria in un’idea (la sua, ormai considerata un vero e proprio apostolato) viene sfruttata proprio dalla Juventus quando in una brevissima fase teaser si citano alcune citazioni e situazioni particolarmente connotanti.

Siamo in una fase dove cavalli, citazioni, metafore ed esperienze personali sono parti del discorso del club come fossero un tutt’uno con ciò che la Juventus racconti di sé stessa: non è però uno sforzo atto a sovrascrivere la storia della squadra con quella del tecnico quanto a sfruttare la forte capacità d’attivazione che la sua figura si porta dietro.

Un qualcosa che torna utile al primo filotto di risultati positivi.

Un riferimento neanche tanto velato alla famosa teoria.

La luna di miele con il “Corto muso” è stata piuttosto breve, dati i risultati del club bianconero dal 2021 a oggi. Non siamo però qui a parlare di calcio in senso stretto, dicevo.

Secondo Richard DawkinsA meme is just an idea that rips through the public consciousness“, e in effetti l’immagine di Allegri sa essere disruptive nell’ambito del dibattito collettivo, rompe gli schemi esaltando la propria ideologia.

Il suo volto, associato agli 1-0, diventano naturalmente l’elemento iconografico in grado di raccontare un certo modo di giocare il calcio, che come tutti gli sport diventa metafora di vita.

In tutto questo, è spesso il suo corpo a prestarsi alle persone come fosse una materia da plasmare: e questa è forse la cosa più interessante da approfondire.

Il volto e l’espressività racchiudono significati qualunque cosa faccia e senza che ci sia una reale associazione con il reale.

La sua gestualità si spinge all’eccesso in ogni momento, e diventa anch’essa veicolo da riprodurre, imitare, memare.

DAZN contribuisce a creare una mitologia della reazione da campo di Allegri, rifacendosi il celebre gesto del cappotto a Sassuolo.

È con questo meccanismo che ogni clip, foto, frammento che lo riguarda diventa opportunità per sviluppare senso. Un’apparizione a Ballando con le Stelle del 2020 si rivela ad esempio la base per raccontare una vittoria e acquisisca valore aspirazionale.

I post di questo tipo negli anni non si conteranno.

Non solo: anche le sue parole, così semplici e immediate, servono per sviluppare un serbatoio cui attingere per descrivere e commentare la realtà.

Le prestazioni della Juventus rimangono progressivamente sempre più sullo sfondo.

Allegri è ormai una figura autonoma almeno a livello di senso.

La sua fisicità, il suo modo di parlare, insomma la sua individualità sono materia per plasmare un sottotesto fatto di argomenti quotidiani, in cui ritrovarsi al di là della passione per il calcio.

L’Allegrismo esce dal perimetro del football per astrarsi in una definizione più eterea e sfumata dove Allegri è generatore di senso e spazio di racconto da cui attingere per creare metaversi.

L’aiuto dell’AI generativa permette di ottenere crasi di contenuto dove ciò che è più di moda o dibattuto si scontra con la “bellezza” del parlare di Allegri, o addirittura farlo parlare.


Da dove nasce questa vocazione? Probabilmente dalla sua competenza (il calcio) che rimane metafora per raccontare chi si sente un vincente, arrivato, infallibile perché normale: eroe della quotidianità che si erge a frangiflutti contro la (presunta) straordinarietà di chi fa “teoria”.

I fatti non scalfiscono la carica della sua immagine, che rimane fortemente connotata.

Il campo non ha più alcuna correlazione con ciò per cui si realizza il meme: Allegri è autoesplicativo.

Allegri incontra Sanremo secondo gli utenti di TikTok: non ho messo il video con Annalisa ma c’è anche quello.
Quando un meme di qualsiasi tipo incontra Allegri, diventerà esso stesso Allegri.

L’epopea dell’allenatore bianconero diventa una specie di plot narrativo adatto a qualsiasi contesto, spingendo i più creativi a sviluppare dei crossover dove è protagonista e soggetto attivo della meccanica semiotica.

Sullo sfondo sempre quella cifra stilistica pittoresca, divertente, talvolta sin istrionica, che porta il tutto su un piano decisamente umoristico.

Ah, anche premio Oscar.

L’esigenza di raccontare così il professionista trova parametri che permettono di metrificarne la “memaribilità” nei posti e modi più disparati.

Sono rimasto piuttosto stupito, ad esempio, di indagare in un noto sito per generare meme e digitare i nomi di alcuni fra gli allenatori più noti in Europa: Mourinho, Guardiola o Klopp sono ugualmente ritratti in foto curiose da “memare”.

Se però ci si sposta ad esempio su TikTok, tutti i video che si trovano sono tagli di clip dove questi professionisti si muovono in situazioni di gioco, o di lavoro, e la cui immagine serve a veicolare spesso messaggi comunque afferenti al mondo sportivo.

Per Allegri l’esercizio è diverso: la sua fisicità viene smontata, ricomposta, piegata al volere del creator per parlare di qualsiasi cosa.

Basterebbe questo a dire di quanto oggi sia un segno culturale, un’icona pop.

È una figura talmente totalizzante da diventare materica e trasversale.

Un futuro comunque garantito

Non so come finirà la stagione della Juventus, ne tantomeno che piega prenderà la carriera di Allegri. Non sono qui a dire se sarà esonerato o se rimarrà: per quel tipo di discussione ci sono altri luoghi.

Quello che so è che la sua presa sull’immaginario collettivo, a oggi, è decisamente forte e potrebbe restarlo ancora a lungo.

Difficile dire se troveremo altri neologismi, altre massime o altri casi in cui le sue discussioni ispireranno così tante persone. D’altronde, non ha al momento la stessa credibilità di quando vinceva scudetti in serie.

A dispetto dell’attuale polarizzazione e dal dibattito serratissimo fra chi crede nel suo modo di vedere il calcio e chi invece lo considera superato, il suo impatto nella cultura pop rimarrà un curioso caso di come celebrità, conversazioni e content creation si siano saputi mescolare influenzando il linguaggio e la creatività.

Non sarà certo l’ultimo, ma di base val la pena ricordarlo.

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