CHI SONO

BLOG

CONTATTI

COSA NON HA FUNZIONATO FRA CRISTIANO RONALDO E LA JUVENTUS

Matrimoni sportivi che a volte falliscono senza capire bene perché.
Pubblicato il 29 Agosto 2021

La prima apparizione di Cristiano Ronaldo nel campionato italiano risale al 18 agosto 2018, contro una squadra che oggi ufficialmente non esiste più, il Chievo Verona.

Sembra quasi, a guardare questa curiosa coincidenza il giorno dopo la prima partita della Juve senza di lui (terminata con una sconfitta abbastanza netta), che i tre anni passati insieme al più prolifico cannoniere della storia del calcio si siano dissolti, quasi non ci siano mai stati.

Per quella partita pare che il piccolo club veneto avesse deciso di pompare al massimo il costo dei biglietti per approfittare dell’hype che il portoghese avrebbe generato (pratica questa che sarebbe stata mutuata poi da praticamente tutte le altre società di Serie A), in una cerimonia di iniziazione che non riguardava solo la Juventus, ma tutto il movimento calcistico italiano.

Pur in un clima straordinario da inizio di nuovo millennio, la “prima” in bianconero di CR7 fu decisamente una partita strana.

I bianconeri giocarono con la seconda maglia, un inedito grigio scuro: realizzata con un materiale ecosostenibile con i numeri dorati, anche la divisa si proponeva come avanti rispetto alle altre divise. E poi, qui colori inediti per la Juve: sembrava quasi che per quel debutto si volesse anche tracciare un segno di discontinuità addirittura con la stessa identità bianconera.

In fondo si parlava di quel momento come l’inizio di qualcosa che avrebbe segnato un prima e un dopo.

Anche tatticamente sembrava di stare di fronte a un qualcosa di diverso.

Allegri schierò tre mezzepunte al sostegno di una punta (Cuadrado, Dybala e Douglas Costa) con in più Cancelo terzino destro (non capitò mai più di vedere la Juve giocare così sbilanciata in avanti).

Segnò Bernardeschi allo scadere, in un 2 a 3 che vide la Juventus tirare 27 volte, di cui 10 in porta (dati che si sono poi raramente visti nei mesi e anni successivi). Proprio a proposito del numero 33: il definitivo vantaggio lo siglò proprio Bernardeschi, che visse quell’anno una delle sue stagioni più positive prima di entrare in un’involuzione di cui ancor oggi si discute.

Insomma, la prima con Ronaldo fu una partita che la Juventus giocò “alla Ronaldo”, mettendo in scena un calcio del tutto simile a come lo vive Ronaldo: una specie di incontro di MMA senza paura del dolore e dei colpi degli avversari, in cui vince chi ha meno paura e più voglia di sopraffare chi gli si para di fronte.

Una cosa straordinaria, o che almeno sembrava tale.

Da lì in avanti, lo sappiamo, le cose sono andate un po’ diversamente.

La Juve ha progressivamente perso ogni vantaggio, uscendo mestamente dall’Europa prima ai quarti poi due volte agli ottavi e abdicando anche nell’ultima stagione al titolo di Campione d’Italia, in una spirale di confusione tecnico e identitaria che sembra essere arrivata al suo apice in questa nuova stagione.

Chievo Verona – Juventus del 18 agosto 2018 fu insomma una specie di trailer che anticipa un film che poi è diversissimo, un po’ come era successo con la versione italiana di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, raccontato al pubblico italiano -almeno nella sua presentazione- come una commedia brillante e banale con un titolo più vicino ai teen movie di fine anni ’90, in uno degli esercizi di traduzione più fantasiose che l’industria cinematografica ricordi.

Vincere secondo la Juve, vincere secondo Ronaldo

La fame di vittorie sembrava poter bastare a far unire due mondi così diametralmente opposti come la Juventus e Cristiano Ronaldo.

Da una parte, una società in grado di vincere e lasciare (a volte, fare) andare chiunque in nome di un corporativismo che era diventato parte dell’identità societaria: viene prima la Juve anche del talento individuale, anche del più forte, senza eccezione.

La vittoria è preferibile se viene suddivisa fra undici ottimi calciatori, che debbono andare mai fuori dagli schemi: forse non è un caso che l’ultima Juve vincente in Europa arrivi con una squadra oggettivamente votata al gioco corale ma quasi si potrebbe dire di manovalanza, dove l’eccellenza è incarnata dal capitano Luca Vialli, bomber di razza ma non distintosi per estetica del gioco, quanto per affidabilità, potenza ed efficacia.

Ronaldo era il frutto in chiave moderna di una visione ideale di vittoria fulgida e incontestabile, che arriva per KO e non grazie ai voti di giudici a bordo ring. La sua ossessione per la perfezione sembra completare una massima di César Luis Menotti, padre spiriturale del bielsismo:

“Non si tratta di quanto hai vinto, si tratta del segno che hai lasciato mentre eri lì. Più importanti dei titoli sono il riconoscimento e il rispetto”.

variandone però il finale, “Più importanti dei titoli sono il riconoscimento e il rispetto, però i titoli li vincerai comunque”: chiaro, lasciando un segno indelebile.

In comune fra Ronaldo e Cristiano c’è solo la voglia feroce di raggiungere contro qualunque ostacolo il risultato. Poteva bastare?

Forse no.

Ronaldo è il campione che sa sintetizzare la vocazione alla vittoria in un gesto che diventa perfetto, oltre che tremendamente efficace: e sarebbe semplicistico ricondurre tutto a una serie di vittorie in Europa che lo rendono “specialista” nel torneo che più ossessiona la società bianconera, la Champions League.

La vittoria non viene ottenuta a tutti i costi, o meglio: non solo. La vittoria viene ottenuta grazie a una superiorità che si fa schiacciante, inarrivabile, nei numeri e nelle performance, nei gesti e nelle reazioni che si suscitano, e di cui lui è la raffigurazione plastica.

Non è un caso che se l’ultima Champions League che Ronaldo vince a Madrid sia sintetizzabile in quella rovesciata che segna all’Allianz Stadium: dopo, tendenzialmente, il suo torneo si ridurrà al minimo sindacale per uno come lui, con una finale dove fra l’altro esce dalla partita senza aver molto altro da dire.

Era come se avesse già detto tutto ciò che si poteva dire.

Non è tanto un tema tecnico (o meglio, non solo) a rendere la Juventus e Ronaldo incompatibili, ma un rapporto profondo con il concetto di risultato.

Lui, nato povero e arrivato oltre il cielo, la vittoria sembra viverla come la celebrazione di un poema epico, in cui solo e solamente CR7 sa recitare la parte del valore aggiunto, dell’eroe che a ogni passo fa salire l’asticella del raggiungibile, in un’infinita scalata verso l’immortalità sportiva.

Ronaldo è il più bello. Il più perfetto. Il più ricco. Il più premiato. Il più pagato. Il più ammirato. Approda al Real Madrid, il club che ha una corona sullo stemma, perché solo il più prestigioso può accoglierlo, un po’ da predestinato un po’ da erede designato al trono.

È lo stesso Ronaldo che chiede al Cristiano uomo di non arrendersi, cosa ovvia neanche al tempo che passa, in una continua rincorsa fatta di camere iperbariche, diete ferree e ricerca di microrituali che lo contraddistinguano, fuori dal campo e sul campo, e che con il passare degli anni e l’appannarsi fisiologico delle sue performance, cominciano a mostrarcene la fallibilità.

Adattarsi all’unicità

Non sono fra quelli che pensa che la Juventus abbia sbagliato a tesserare Ronaldo. Sbaglia chi pensa che oggi una società di calcio non sia anche branding, marketing, sponsorizzazioni, insomma prodotto.

Prenderlo è stato il tentativo di un club di fare il salto in una dimensione planetaria, allo scopo di adattarsi alle sfide di domani: è ancora troppo presto per dire se il tentativo sia stato vano oppure no.

Questi tre anni però mi hanno sempre lasciato una sensazione addosso di tensione, come se quasi ci fosse soggezione verso di lui.

Alcuni episodi come l’uscita dal campo facendo il gesto della paura dopo l’Ajax, o il rifiuto di giocare punta centrale detta chiara e tonda al neoallenatore su uno yacht indirettamente lo hanno anche confermato.

Sembrava che il club dovesse giustificarsi per ciò che era: meno regale del Real, più simile allo United ma meno global, anzi, orgoglioso del proprio essere radicato all’identità territoriale.

Al di là degli equivoci tattici che lo hanno visto coinvolto, della sua ritrosia a mettersi a disposizione del collettivo e del deteriorarsi progressivo del progetto tecnico della squadra, guardando Ronaldo c’è il suo sentirsi diverso rispetto al pianeta Juve in termini genetici.

Era impossibile per una realtà che affonda ogni suo successo sulla collettività riuscire a domare un istinto predatorio che si basa sull’individualismo.

Quando giocava nel Real Madrid, Ronaldo vedeva adattarsi 10 effettivi su 11 a un’idea di calcio, prima che a un modulo: la sua. Forse non è un caso che il suo massimo fulgore in termini di vittorie e record personali sia arrivato con Zidane, il più flemmatico dei leader, ma anche il più simile a lui fra gli allenatori che lo hanno gestito.

Una squadra che per in stagioni sostanzialmente non cambia (un’eternità in un mondo del calcio come quello attuale) e che in esse riesce a mettere sotto qualsiasi avversario, non fa altro che adattarsi a quella variabile irripetibile che è Ronaldo, al suo principio di dominazione, in ogni zona del campo, in ogni match.

L’unica eccezione, fondamentale, è proprio la partita di ritorno dei quarti di finale di Champions 2017/2018, quando la Juventus ribalta il 3 a 0 dell’andata con una partita figlia di un visione collegiale e (lo scrivo provocatoriamente) per certi versi denigratoria dell’uso del talento come strumento per superare l’avversario.

La Juve vince grazie a due azioni tutto sommato semplici e a un gol casuale nato da un’intuizione di un giocatore (Matuidi) che è per caratteristiche inversamente proporzionale a Ronaldo: goffo, impreciso, macchinoso, e generoso. Si dice che sia stata quella la molla che ha fatto scattare in Ronaldo la voglia di mettersi in gioco in bianconero, più che l’applauso dello Stadium all’andata.

Il vedere una squadra underdog avere la forza di contestarne la volontà di potenza. Un po’ come Xerxes che offre a Leonida il posto di generale delle truppe persiane per marciare sull’Europa.

“I will make you warlord of all Greece. You will carry my battle standard to the heart of Europa.”

Come per i 300 spartani, l’avvento di forza semidivina come quella del campione di Madeira è stata una specie di resistenza eroica al cambiamento, che non poteva finire che con una resa drammatica.

Ronaldo va via dalla Juventus rendendosi conto che non può guidare quella civiltà, perché quella civiltà ne rifiuta l’ego e la visione. Come un semidio capriccioso e predatorio, sceglie di portarsi via ciò che vuole prima di andar via senza far prigionieri: non si volta indietro, non si cura di attirarsi antipatie e irriconoscenza.

Decide che è il momento di continuare la sua avanzata, e va oltre, e pazienza se dietro si lascia solo macerie e un generale senso di fastidio.

Legacy

In proporzione, in questi tre anni abbiamo visto pochissimo di ciò che ha reso famoso Ronaldo.

Ha vinto da solo delle partite, certo. Ha segnato tantissimo, con una media gol dell’80% circa di partite in cui ha giocato. Ha battuto altri record che ne hanno rafforzato il mito.

Ogni giorno che passava, però, lo abbiamo visto progressivamente stufarsi. Si sono rarefatti i tiri da fuori area, i dribbling riusciti, i movimenti che ne hanno caratterizzato la leggenda. Sono aumentate le smorfie e le imprecazioni.

In generale, a parte l’amicizia con Pinsoglio, il suo era un essere estraneo a un organismo che cercava in tutti i modi di conservarlo senza farlo intaccare da agenti esterni.

Non è bastato.

Le settimane passavano e Ronaldo diventava sempre meno riconoscibile, con quel senso di frustrazione che probabilmente si è accumulato non tanto per l’ennesima stagione senza Champions League, ma perché più strisciante si faceva il senso del tempo che passa.

Sono convinto sia andato via più per la frenesia di scappare nel tentativo di risentirsi per un attimo il Ronaldo invincibile del Real che non per una reale sfiducia nel progetto tecnico: d’altronde, ci ha lasciato per una squadra che non vince la Premier da quasi 10 anni e che difficilmente arriverà a trionfare in Europa.

Andando oltre lui, però, c’è da chiedersi cosa rimanga alla Juventus dopo quest’esperienza.

È presto per dirlo.

Ho come la sensazione che saltando a piè pari ogni valutazione tecnica (la progettualità che Allegri ha in testa oggi è in corso d’opera, e siamo veramente troppo agli inizi per esprimere giudizi) quello che è rimasto sia ben sintetizzato dal silenzio social della Juventus dopo l’annuncio dell’addio.

Un silenzio che non esibisce rancore o fastidio, come farebbe un comunicato stampa, o tantomeno gratitudine.

Secondo Elie WieselL’opposto dell’amore non è odio, è indifferenza“: come sembra lontano, quel pomeriggio del 18 agosto 2018, quando sembrava cominciare un qualcosa di straordinario.

NB: questo pezzo lo avrei scritto per QuattroTreTre, se non avesse momentaneamente cessato le pubblicazioni.

LEGGI ANCHE

1PASSWORD FOR JOURNALIST

1PASSWORD FOR JOURNALIST

L’app per la gestione in sicurezza delle password omaggia il proprio servizio ai giornalisti. In nome della libertà di stampa.

leggi tutto

Pin It on Pinterest