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USABILE E SEMPLICE: STORIA DI UNA BILANCIA

A luglio ho cenato con un vecchio amico e collega. Un bel momento di confronto, oltre che conviviale. Nella lunga discussione ci siamo soffermati a ragionare sul futuro della professione del consulente di marketing e comunicazione. Ora, io oggi lavoro in azienda, ma i mutamenti del nostro settore credo ci riguardino da vicino, tutti: in […]
Pubblicato il 23 Agosto 2021

A luglio ho cenato con un vecchio amico e collega.

Un bel momento di confronto, oltre che conviviale.

Nella lunga discussione ci siamo soffermati a ragionare sul futuro della professione del consulente di marketing e comunicazione.

Ora, io oggi lavoro in azienda, ma i mutamenti del nostro settore credo ci riguardino da vicino, tutti: in particolare chi lavora a stretto contatto con il digitale.

Nel mezzo della chiacchierata, mi sono venuti in mente due aggettivi indispensabili per connotare ciò che ci aspetta: usabile e semplice.

Se vi state chiedendo perché quella bilancia in apertura, ve lo spiego subito

La piccola storia della bilancia piccola

Parlando di usabilità e semplicità, mi è tornato in mente il dibattito durato un anno fra me e la mia signora relativo a una banalissima bilancia da cucina.

Tutto comincia nel 2019, quando dopo un capitombolo causato da una delle mie figlie si rompe lo storico bilancino digitale di casa (quello per pesare la pasta).

Essendo non più aggiustabile, abbiamo deciso di acquistarne un’altra, e la scelta è caduta su una pratica bilancina mini, di quelle da cassetto.

In caso di necessità, la bilancia si apre a forbice e tramite un bottoncino si può fare la tara e pesare.

Ecco qui il come qualcosa che viene concepito come “semplice” diventa dannatamente complicato (e fastidioso).

Se pesi infatti qualcosa su questa bilancia, hai difficoltà a leggere il peso. Se pigi due volte sul bottone, o troppo a lungo, finisci in una schermata da dove poi è difficile orientarsi, perché non capisci che unita di misura sia stata adottata.

Senza contare che, un monitor così piccolo, al di là del solo bottone per interagirci, è difficile da leggere.

È sicuramente un bel ritrovato, peraltro salvaspazio.

Parte anche da presupposti semplici per essere utilizzato (un bottone e bon).

Eppure… non è affatto semplice da usare.

Così, dopo un po’ di ricerche, ho acquistato una bella bilancia analogica, di quelle meccaniche.

No schermi, no batterie, no unità di misura selezionabili: un piano dove poggiare gli alimenti, e un gigantesco indicatore del peso.

Una roba, che, mentre la guardavo, mi ricordava il MGM immaginato da Hub09 e la sacrosanta battaglia che ha portato avanti.

Ma la cosa più curiosa qual è? Che per usarla ci si mette decisamente meno.

Occupa più spazio, è vero: ma può una caratteristica fisica influenzare il giudizio sulla ragion d’essere di uno strumento?

Se il digitale diventa usabile (e quindi semplice)

Se siete assidui di questo blog, avrete certamente letto le mie eculubrazioni sulla lentezza e sulla necessità di rallentare (qui, qui o qui, ad esempio).

La fascinazione al concetto di decelerazione si è ormai consolidata nel mio modo di pensare: la fretta è cattiva consigliera, ma soprattutto si sposa poco con quella necessità emergente del mettere noi stessi al centro.

Un secondo piano su cui però ho ragionato, e in effetti si ragiona poco, è il criterio di semplicità: ciò che infatti riesci a gestire con più serenità, meno ansia, più oggettività, diventa automaticamente più semplice.

E ciò che è più semplice è anche più intuibile, piacevole, agevole.

Questo nel mondo analogico.

Nel digitale la cosa si complica.

Perché pretendiamo semplicità da qualcosa che deve annullare il concetto di tempo, e che soprattutto nasce estremamente complesso.

Ecco il primo disallineamento concettuale: queste caratteristiche sono per definizione digitali (ci si aspetta che il digitale sia tutto ciò, in effetti), ma il digitale non nasce così.

Il codice, tanto per dirne una, non è “semplice”, o intuibile.

Il tasso di complessità che sta dietro al digitale è altissimo: riesce a diventare intuibile e agevole grazie all’interfaccia.

Una maschera che rende quella sequela di numeri e lettere comprensibile, oltre che utilizzabile.

In pratica la semplicità rimane tale grazie a un artifizio: la capacità (tutta umana) di progettare in modo che questa sia garantita anche per gesti velocissimi (e complicatissimi).

Rendere semplice ciò che semplice non è, annullando la necessità di rallentare.

Personalmente è nel digitale che ho scoperto quanto l’idea di un qualcosa di semplice sia coincidente con il concetto di “usabile”: se qualcosa non è facile da usare, allora non è semplice.

Il paradosso però è proprio quello: per renderlo “usabile”, allora non sarà “semplice” in tutto e per tutto.

Tipo io posso mascherare benissimo le funzionalità di un’app per comprare cappotti a Parigi con un’interfaccia facilissima.

Ma se quell’app crasha, e magari ho già pagato e non so se il mio pagamento è andato a buon fine, per forza di cosa il digitale risulterà meno usabile.

Anche per questo sono diventati famigliari i termini multichannel ed esperienza: perché a essere usabile è una dimensione (di marca), non più solo un touchpoint.

A essere semplice è la risoluzione di un problema e la soddisfazione di un bisogno (anche solo l’appagamento di un acquisto inutile, per dire), e questo è indipendente dal veicolo.

Per questa ragione si tende a studiare sentieri esperienziali il più possibili semplificati e verticali: perché il rischio di avere troppe variabili complicando il percorso rischia di essere controproducente.

Una sola cosa, ma fatta bene

Il concetto di “semplice” e “usabile” mi pare stia deviando proprio in una chiave più “specifica”.

Un po’ come i siti con l’abbandono dell’idea di portale.

Ci abitueremo sempre di più ad avere strumenti che facciano benissimo una, due cose, e che sappiano integrarsi con dei giganteschi collettori di senso delle nostre azioni.

Tipo lo smartphone che sta centralizzando tutte le nostre azioni, ma che non è altro che un tecnologissimo raccoglitore di call to action.

Una serie di porte che conducono a un’azione specifica, un’attività precisa, un’opportunità definita.

Credo che sia la logica conseguenza in un mondo che, a forza di affollare le stimolazioni, sta portando l’individuo a forzare la propria capacità di comprendere e di raggiungere uno stato di equlibrio.

Il digitale, ovviamente, è stato protagonista in negativo di questa deriva.

Per questo l’esempio della bilancia mi sembra calzante.

Perché di fronte a noi si sta palesando di una dimensione analogica più umanizzata, meno complessa, ma anche più chiara.

Semplificata all’estremo, in nome di un’usabilità sempre più marcata, anche con qualche tratto retrò ma estremamente efficace quando impiegata.

Un po’ come la mia bilancia, che non sarà digitale ma che nessuno può negare di capire.

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