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CLUBHOUSE È SOLO UN PREVEDIBILE RITORNO

Non solo un social: forse il segnale che qualcosa sta cambiando.
Pubblicato il 27 Febbraio 2021

Sto continuando a fare sperimentazioni su ClubHouse, ormai da un mesetto.

Ho aperto una room che si chiama “Fra narrazione e fxxxxxo Storytelling“, dove il sabato alle 14 parliamo di cose riguardanti le storie e i tempi che viviamo (solitamente ne scelgo una: ho parlato di Stoner, di Twin Peaks, di Renzi, di The Last Dance, a volte anche con ospiti prestigiosi).

Ogni mattina faccio questo gioco che s’è inventato Massimo Benedetti insieme a Elisa Scagnetti e Giulia Toselli, Room a Colazione, che in pratica è una specie di caffè condiviso alle 8.30 con altri amici e amiche.

Mi capita di passare talvolta in room che reputo interessanti, da quella che s’è inventato Mirko Pallera per Ninja Morning a quelle che fa Matteo Pogliani sull’Influencer Marketing. Ho parlato anche in una dedicata a Sex and the City, dove c’erano praticamente tutte donne (lì confesso è stato impegnativo).

Tutte belle e ricche di spunti.

ClubHouse però secondo me non è solo moda. Certo, ci sono grossi dubbi sulla privacy (ne ha parlato egregiamente Antonio Dini su La Stampa) però a me ha colpito molto la capacità di chi ha cominciato ad abitarlo di rispondere bene ad alcune regole fondamentali.

L’educazione, il rispetto delle opinioni, anche il livello del dibattito, sempre orientato a una crescita generale di chi partecipa alle cosiddette “room”.

Non ho numeri di riferimento per dire che tipo di best practice ci siano per ottimizzare la presenza su ClubHouse, ad esempio quanti numeri si spendono mediamente su questo social ogni giorno o quale sia il momento migliore per aprire una room.

Ho ascoltato room molto interessanti alle 14 e alle 22 del venerdì, con pubblici diversi e sempre partecipativi: però una vera e propria regola non sembra esserci ancora. Mi vien da dire che guidi proprio il contenuto.

Si sa che da gennaio a febbraio ClubHouse è passato da 2 a 10 milioni di utenti, che non sono pochi. FourSquare nel 2011 ci ha messo più di un anno ad esempio a toccare quella cifra. Altri numeri interessanti che ho trovato sono qui, se volete.

Forse la valutazione di 1 miliardo di dollari che è stata affibbiata a questa piattaforma è troppo alta, però è certo che ci siano delle potenzialità.

ClubHouse e quel bisogno di tornare umani

Dicevo: ClubHouse non è solo moda. Ecco, secondo me è anche un segnale.

Al di là dell’effetto FOMO (funzione per inviti, devi avere un iPhone, etc), la cosa molto interessante di ClubHouse è che ci riporta al bisogno di prenderci del tempo ed entrare nel cuore delle questioni. Ad esempio una ragazza che ha partecipato a una room ha detto una roba molto interessante: ascoltavo molto i podcast, ma l’immediatezza di ClubHouse mi ha permesso di cambiare il modo di consumare contenuti audio.

Probabilmente non avere lo schermo che l’on demand porta con sé in termini esperienziali (il fatto che sia preparato, sia post-prodotto, abbia una chiara meccanica top/down) porta anche l’ascoltatore a “vivere” in maniera diversa il consumo di quel tipo di contenuto.

ClubHouse, per certi versi, risponde al bisogno di tornare a un’umanizzazione del digitale in cui i processi non seguano più i tempi che il media concede, ma quelli che l’uomo predilige.

La fruizione del contenuto digitale paga una deformazione del concetto di tempo pazzesca: siamo in grado di assimilare un massimo di tot informazioni al giorno, ma ogni volta che apriamo un qualsiasi network siamo in grado di acquisirne talmente tante in poco tempo che siamo chiamati ad accelerare, ad andare più veloci, fino ad avere la sensazione di esser sempre fuori da qualcosa.

Basandoci su un assunto fondamentale come il timing (“Ci vediamo a una tal ora qui”) e l’incontro vocale (“Possiamo solo parlare”), riportiamo in auge il concetto di evento, ma dimostriamo anche che un digitale più a misura di persona è in grado di attrarre di più.

Su The Vision Alessandro Carnevale ha scritto un pezzo molto interessante, dove si teorizza come app come ClubHouse abbiano definitivamente digitalizzato l’esperienza umana.

Può darsi che sia così: però credo che non sia il digitale che abbia trascinato l’uomo, quando l’uomo che sta cominciando ad avvicinare a sé il media.

Un ritmo eccezionalmente alto nel consumo di contenuto, dopato da piattaforme che possono esistere solo se ci sono creator che continuamente riempiono i wall di contenuti, non può perdurare ancora per tanto.

Presto o tardi questa bulimia di micro-narrazioni stancherà. A rimanere in piedi rimarranno quegli habitat che permetteranno di affrancarsi dalla fisicità senza disperderne la qualità “umana” della concretezza.

Per questo credo che ClubHouse sia un interessante esperimento per capire questo fenomeno che, sono certo, si estende anche oltre il semplice momento e la moda passeggera. Certo, tempo sei mesi probabilmente lì sopra ci sarà solo qualche vecchio appassionato di radiofonia, tipo me, che gioca a fare programmi radiofonici che la scarsa bravura non gli hanno permesso di fare sull’FM.

Però non sottovalutiamo il bisogno sempre crescente dello human touch e del bisogno di restare in dimensioni realmente “umane”.

Perché si può accelerare per un po’, ma arriva un certo punto dove il motore si surriscalda troppo e sei costretto a fermarti.

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