CHI SONO

BLOG

CONTATTI

COME TI RACCONTO IL MITO: IL CASO TOTTI

Su Sky è uscita "Speravo de morì prima", la serie TV su Francesco Totti e i suoi ultimi anni alla Roma. Un commento su questa produzione.
Pubblicato il 21 Marzo 2021

La narrazione sportiva è un territorio che ho cominciato a esplorare un anno fa circa, e che mi ha già regalato molte emozioni.

Chiaro che quando ho scoperto che sarebbe uscita una serie TV su Francesco Totti, le antenne mi si sono subito drizzate: d’altronde, stiamo parlando di uno dei più forti calciatori italiani.

Non ho particolari remore a seguire squadre diverse da quella per cui simpatizzo, anche perché lo sport, credo, si deve vivere anche nell’apprezzare le cose belle che fanno gli avversari.

Per questa ragione ho vissuto le carriere di questi grandi calciatori con curiosità.

Cercando di amarli per ciò che facevano sul campo.

Carpendone i punti di forza.

Provando a guardare ciò che facevano come farebbe un esteta, e non un tifoso.

Torniamo quindi alla serie TV: esce ed è subito “Wow!”, che figo. Si parla di Totti, si racconterà qualcosa sul suo mondo, sul rapporto con la squadra, con il campo.

Si tornerà sulla sua carriera, splendida e romantica.

Unica cosa, dagli spot facevo fatica a intuire però il perché l’ex capitano della Roma dialogasse con Pietro Castellito. Cioè, per me era normale immaginare la “serie TV su Francesco Totti” come una sorta di documentario più vicino a Sfide o di All of Nothing che non a una versione romanzata.

E invece, poi, dai primi trailer si è intuito che sarebbe stata una trasposizione in fiction dei fatti realmente accaduti.

Per questo la mia ingenua curiosità si è tramutata in una serie di domande.

Ma Totti, ne aveva bisogno?

Sicuramente l’idea è molto interessante, soprattutto dal punto di vista di un tifoso e dello spettatore affamato di dietrologie. D’altronde, l’addio alla Roma di Francesco Totti è stato accompagnato da una coda lunga di veleni (scena che si ripeterà anche nel 2019), ed è ovvio che tutto questo non detto alimenti la leggenda di una figura messianica come quella del campione di Porta Petronia.

Il problema che mi pongo io, da modesto osservatore e amante del calcio, è se tutto questo ne edifichi l’immagine e, soprattutto, faccia bene al mondo giallorosso.

Mi spiego.

Come per tutte le cose, quando un calciatore molto forte veste una maglia per tanti anni, la sua carriera segna un’epoca.

C’è stato un prima e dopo Maldini, un prima e dopo Zanetti, un prima e dopo Chinaglia, un prima e dopo Batistuta, un prima e dopo Vialli-Mancini, e ovviamente c’è stato un prima e dopo Del Piero.

Ci sarà un prima e dopo Messi al Barcellona e c’è stato un prima e dopo Ronaldo al Real Madrid (probabilmente sarà così anche alla Juventus).

Tutto ciò che è epocale trasforma l’esistente: esattamente ciò che succede con la rottura dell’equilibrio nelle esperienze umane, ciò che sta alla base delle storie.

Il calcio non fa differenza.

D’altronde, i calciatori sono figure eroiche e archetipiche che, evidentemente, contribuiscono a trasformare il percorso di un gruppo: e in tutte c’è una figura che emerge.

Tanto per dirne una: Ferguson nello United è stato a tutti gli effetti un eroe sopra tutti.

Talmente forte è stato il suo carisma che dopo più di un ventennio alla guida dei Red Devils, ritiratosi lui il club di Manchester non ha saputo ancora risollevarsi, nonostante l’oltre miliardo di euro d’investimenti e i diversi cambi in panchina.

Totti non farebbe differenza, se non che la Roma, ritiratosi lui, ha continuato il suo percorso (esattamente come lo United).

Alla Juventus di Conte, nel 2012, diventò archetipica la figura di Giaccherini: ceduto al Sunderland divenne rimpianto per l’allenatore bianconero, e simbolo della sua capacità di migliorare i suoi giocatori.

Questo per dire che tutti, non solo i fenomeni, possono scatenare questo tipo di emozioni.

Nel calcio, come nella vita, il non riuscire a farsi una ragione che il tempo passi e queste figure con loro, rischia di essere altamente controproducente.

Certo: farsi una ragione che Giaccherini lasci la tua squadra è più semplice rispetto a un Totti.

Però è un elemento chiave.

Su altri piani: è come se nel Signore degli Anelli Aragorn e gli uomini di Gondor non riuscissero a farsi carico del fatto che dopo l’Età degli Elfi tocca a loro guidare la Terra di Mezzo, ricordando quanto era bello quando c’era Elrond, Galadriel e compagnia.

Il tornare su una separazione a suo modo burrascosa e dolorosa mi sembra sia un voler rivivere un qualcosa che banalizza la stessa figura del campione giallorosso, che non dimentichiamoci, è stato riferimento per tutto il movimento calcistico italiano.

In un certo senso, la scelta di farlo poi a pochi anni di distanza, con attori seppur bravi ma che rimandano a personaggi ancor oggi sulla scena (seppur in vesti diverse, penso al mister Spalletti o a Daniele De Rossi) mi sembra il tentativo di cristallizzare dei fatti in una versione plastificata e piegata alle logiche della drammaturgia, come se ottimizzarla a favor di telecamera e buttarla in scena renda questa storia più vera.

Che poi: non serve neanche a riaffermare la verità.

Totti non ha sicuramente vissuto un ultimo anno sereno alla Roma. Ma certamente, non ha neanche pagato più dazio di quello che il tempo richiedeva.

E certamente, non siamo di fronte a un fatto che meriti un’indagine che le storie possono svolgere, per ristabilire una verità.

“Speravo di morì prima”, in questo, non mi sembra abbia lo statement per presentarmi come narrazione di denuncia (anche se, c’è da dirlo, con quel racconto in prima persona, quel voler spiegare le ragioni del cuore di una fase che – ripeto – è stata amara per tutti gli amanti di questo sport, sembra che fra le righe voglia attestarsi questo ruolo).

È un esercizio comune, quello di raccontare questo tipo di storie così: ma non so se sia l’esercizio giusto per questi fatti e per noi che guardiamo, oltre che per il protagonista principale.

Il principio narrAttivo

Ho fatto delle sperimentazioni su ClubHouse, e il risultato è il voler provare a rilanciare ancor di più il format che avevo pensato per parlare dei temi che ho a cuore.

Con Massimo Benedetti abbiamo avuto l’idea di lavorarci insieme (ne scriverò poi altrove, di questa necessità di ammettere di aver bisogno di supporto), ragionando sul fatto che ogni storia contiene un quid che la rende adatta al tempo che stiamo vivendo.

Questo fattore l’abbiamo ribattezzato Principio NarrAttivo.

Ecco: nel caso di Speravo di morì prima, a parte la necessità di celebrare ancor di più una figura che è già inarrivabile, questo principio non lo vedo.

Mi sembra quasi che l’esercizio si sia reso indispensabile per esorcizzare il fatto che Totti si sia dovuto scontrare, nella sua ultima stagione, con il suo allenatore, per rivendicarne l’innocenza: fatto che evidentemente ha attirato sul giocatore ancor più simpatia, e sull’allenatore ancor più antipatia.

Io non so se questo sia nell’interesse di un club che fa di questi saliscendi emotivi uno dei suoi talloni d’Achille: però so che raccontare a pochi anni di distanza Francesco Totti così rischia di non restituire il vero valore di un calciatore che nella sua carriera è stato tutto.

Stiamo parlando, sempre per rimanere a livello narrativo, di un Eroe vero. La sua carriera è un ricettacolo di emozioni, che sa contenere tutti gli ingredienti di una grande storia: la bellezza, il dolore, l’amore, la difficoltà, il viaggio, la vittoria, il sacrificio, il talento, l’ispirazione, l’eredità.

Totti è un volto che ancor oggi avvicina più al campo da gioco che al ricordo, è un’icona che è ancora troppo vicina al suo essere calciatore per esser raccontata “a freddo”, quasi a voler consegnare alla storia fatti e misfatti dell’atto conclusivo della sua carriera.

La scelta di rendere la sua esperienza vera e propria fiction mi sembra un tentativo che ne indebolisce l’apostolato, più che rafforzarne la leggenda, in nome di quello che sembra un atto di recriminazione verso i fatti vissuti da lui in prima persona e vissuti da noi appassionati come spettatori.

A caldo, quando ho capito di che esercizio parlavamo, mi è quasi sembrato che fosse l’ennesimo modo per presentarlo all’opinione pubblica come la vittima di un antagonista (l’allenatore, la società) che anche il suo talento non ha potuto battere perché qualcuno ha giocato sporco.

Vero? Falso? Non mi pronuncio.

Meccanismo che funziona? Sicuramente, a maggior ragione se sei una figura nazional popolare.

Ma tutto questo dà un valore aggiunto a ciò che Totti è stato?

Secondo me no.

Per me lui rimane un giocatore straordinario, il simbolo di vent’anni di calcio dove ho potuto vedere meraviglie, anche grazie a lui.

Che la sua storia con la Roma sia finita in maniera burrascosa non è importante: non mi sembra un fattore che ne possa minare il ruolo agli occhi di chi lo ha amato.

Non dico che questo tipo di racconto non sia ben confezionato: dico che non serve a lui e neanche alla Roma.

Il suo addio è stato un momento unico, romanzabile, epico.

Ma ecco: la forma finzionale, quando ancora tutti i protagonisti della vicenda sono lì e le braci covano ancora, a poco tempo dai fatti, mi sembra un esercizio retorico poco calzante.

La sensazione che ho è che di storie così ne abbiamo un sacco bisogno, ma non riusciamo ancora ad abbandonarci all’idea che certi miti siano irripetibili.

Il laboratorio Roma poi è entusiasmante (intendo proprio il mondo giallorosso: dalla squadra alla società, ai tifosi a ciò che ci ruota attorno): stiamo parlando di un grande gruppo di appassionati che non sta riuscendo a staccarsi dal ricordo di un’esperienza collettiva meravigliosa.

Calcisticamente parlando, questa serie TV non so se faccia bene a un ambiente che dipende dalle sue emozioni.

Narrativamente parlando, invece, credo che sia un esercizio stilisticamente perfetto ma che non contribuisce a sostenere l’importanza di chi viene raccontato.

Totti non credo avesse bisogno di essere “messo in scena” con questo taglio.

Perché gli idoli vanno rispettati anche nel dolore: sintetizzarlo in narrazioni troppo mainstream, sfiorando il rischio di macchiettizzare gli eroi, per rimanere in campo calcistico rischia di essere un autogol.

LEGGI ANCHE

Pin It on Pinterest