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SERVANT OF THE PEOPLE E IL NUTRIRSI DI STORIE

Arriva in Italia su La7 Servant of the People, la serie TV con protagonista Volodymyr Zelens'kyj: un interessante circuito cross-narrativo.
Pubblicato il 3 Aprile 2022

Una bicicletta elettrica su una pista ciclabile, un sottofondo musicale dal retrogusto francese, una voce morbida che canta, il sole che illumina un traffico quasi pigro di quella che sembra essere una capitale europea al risveglio mattutino.

E ancora: un uomo in giacca e cravatta, con una ventiquattrore appesa al manubrio e il sorriso di chi sta andando al primo giorno di lavoro forte del suo primo contratto a tempo indeterminato.

La bici si ferma davanti a un palazzo, ed è sede di una Presidenza. L’uomo scende dalla bici e ha una molletta alla caviglia destra, quella che va a contatto con la catena.

Si guarda intorno circospetto e imbarazzato, toglie la molletta e la mette in tasca prima di entrare, convinto, in quel palazzo.


Ci sono trailer che sono incisivi non tanto per ciò che mostrano, ma per ciò che sappiamo mentre li guardiamo. Quello che La7 mostra in forma estesa sul proprio sito di Servant of the people appartiene a questa categoria.

In fondo, prima che il 24 febbraio scorse cominciasse il conflitto in Ucraina, chi sapeva che Volodymyr Zelens’kyj fosse stato anche un attore? E quanti avrebbero volentieri speso del tempo per guardare la serie che in maniera quasi profetica lo proiettava alla guida del suo paese? (Forse la domanda vera sarebbe chi sapeva che Zelens’kyj fosse il presidente dell’Ucraina, ma andiamo avanti).

Poi però c’è stata l’aggressione russa, e il fatto che quest’uomo tutto sommato normale anche nelle vesti di presidente fosse stato anche una sorta di metaproiezione di se stesso ha subito catturato l’immaginario degli occidentali.

D’altronde, per prendere i diritti di Servant of the People pare ci sia stata subito la gara fra i media, vista l’attenzione quasi istantanea del pubblico.

You asked and it’s back!“.
Lo chiedete, ve lo diamo.

Per quale ragione però vogliamo guardare cosa fosse Zelens’kyj “prima”?

Qual è la ragione per cui oggi diventa rilevante definirlo in virtù di un passato che alla luce della guerra sembra oggettivamente meno importante?

Servant of the people e le sovrapposizione narrative

Quando nel calcio un terzino sale in fascia e supera l’ala allo scopo di far avanzare la fase offensiva, si parla di “sovrapposizione“. Una manovra che serve per aumentare la pressione verso l’avversario e darsi una soluzione d’attacco in più.

Per capire cosa stia succedendo in Ucraina entrare nella psicologia dei leader è sicuramente una chiave utile, tanto che non si è fatto mistero ad esempio riguardo Putin di provare a svolgere anamnesi da lontano su ogni particolare che si potesse notare, allo scopo di comprendere le sue scelte strategiche.

Per capire Zelens’kyj, invece, l’esser passato da performer a capo di stato è subito stata una chiave di lettura, come se si potesse capirne meglio i comportamenti e le pose che sin da subito ha mostrato nel suo peregrinare fra i parlamenti di tutto il mondo.

Perché sin da subito la sua capacità di riempire lo schermo ed entrare in empatia con politici e parlamentari, andando a toccare le corde dell’opinione pubblica dei paesi occidentali, è stata decisiva per accattivarsi le simpatie e anche le posizioni di questa parte di mondo, in un meccanismo che sin da subito ha condotto a semplificare molto il dibattito in una meccanica buoni/cattivi (ne parlavo diffusamente qui a proposito del piumino di Putin).

L’audizione al parlamento americano del presidente Zelens’kyj.

Questa capacità di colpire l’immaginario, la maglietta mimetica e il bunker, i discorsi ricchi di riferimenti locali (a volte con gaffe) , si mescolavano alle notizie di attentati e l’aggiornamento minuto per minuto dei bombardamenti, portando in automatico le persone a pensare che Servant of the People fosse il pezzo mancante per comprendere fino in fondo questo nuovo eroe moderno, paladino della democrazia contro la dittatura: in fondo, nella sua serie TV Zelens’kyj conduce a un lieto fine l’Ucraina guidandone l’entrata nella UE: una forma edulcorata, senza sangue, per vedere e capire chi sia l’uomo che oggi sta tenendo testa da solo al potente e sanguinario dittatore e avvicinare ciò che (sembra) verrà concesso nei trattati di pace (purtroppo ancora lontanissimi da vedersi concretizzati).

Le due narrazioni, una totalmente fittizia e proiettata e l’altra restituzione purtroppo di una realtà che semplice non è, si sovrappongono aggredendo chi osserva e cerca di formarsi un’idea. E quella fittizia attrae, affascina, come se fosse un surrogato di lieti fini dove morti, violenza e distruzione vengono lasciati da parte e la pace può trionfare senza che ci sia dolore.

Ma è un meccanismo corretto? Non saprei dirlo.

Nutrirsi di storie per il solo gusto di nutrirsi

La7 è a tutti gli effetti una rete televisiva dedicata al mondo dell’informazione: dall’acquisizione nel 2010 del gruppo Cairo “ha rafforzato la propria identità e consolidato la sua immagine editoriale, puntando su contenuti di attualità, informazione, approfondimento e su programmi di intrattenimento.”. In effetti, la strategia di assumere i migliori giornalisti italiani e relativi programmi (Lilli Gruber, Concita de Gregorio, Giovanni Floris, Myrta Merlino, Corrado Formigli, senza dimenticare ovviamente Enrico Mentana) ha fatto il paio con l’assicurarsi forse uno dei programmi di satira più raffinati e dedicati all’inchiesta di qualità (l’ex Gazebo e ora Propaganda Live, di Diego Bianchi) oltre che a un must dei talk show pop (con il relativo drake, Massimo Giletti) e traghettando in un decennio La7 in una nuova era, dove sostanzialmente si è intaccato il duopolio dell’informazione televisiva incarnata da Rai e Mediaset e l’ex TMC è riferimento per tutto ciò che concerne l’approvvigionamento di notizie.

Anche quell'”intrattenimento” lasciato per ultimo nella presentazione aziendale è comunque legato al concetto di informare: su La7 vengono passati pochi film e pochi contenuti d’entertainment, e quelli di punta sono sempre comunque coerenti con la vocazione del network. Non è un caso che, ad esempio, in chiaro sia sulla rete di Cairo che sia stata trasmessa la serie TV “Chernobyl”, forse uno dei prodotti recenti meglio assortiti avvicinabili al genere docufiction.

Selezionando Servant of the people, la rete ha seguito la stessa logica. A TG zero Andrea Salerno ha dichiarato: “Al di là degli aspetti televisivi c’è un aspetto obiettivamente interessante del racconto di un personaggio che al momento è al centro di questa tragica vicenda, di una guerra impressionante. E l’uso che lui fa della comunicazione e dei media e soprattutto come questa guerra viene raccontata attraverso i media, non è mai accaduto prima, forse perché non c’erano i social network.”.

Il particolare che differenzia i casi? Servant of the people non è un prodotto di docufiction.
Lo spettatore, però, lo tratta così.

Acquisire questo racconto (di pura fiction) serve a capire chi e cosa stia muovendosi nella realtà, tanto da risultare coerente con la no-stop che la rete ha messo in piedi sin da febbraio con continui speciali e approfondimenti.

Rimane un fatto, però: la guerra, al di là del personaggio Zelens’kyj, è un fatto complesso, oltre che tremendamente reale. E il fatto che oggi si senta il bisogno di approfondirne un aspetto cercando di carpire segni da un contenuto fondamentalmente inadatto a leggere il reale, mi sembra più frutto di una necessità tutta occidentale di cercare una sorta di confermazione attraverso l’immaginario, come se avessimo bisogno di credere più al simbolo che si sta costruendo attorno al politico che non a ciò che sta realmente facendo.

Non è la prima volta che un attore diventa politico. È successo anche in altre parti del mondo e in altri momenti della storia (tralascio i riferimenti nostrani che sennò facciamo notte).

Indovinate chi era?

Ronald Reagan è stato uno dei presidenti americani più importanti fra quelli di matrice repubblicana. Era noto per la sua capacità di comunicare alle persone, raccontando (eccallà) la propria visione di politico vicino alle persone nonostante un approccio meno statalista e più orientato al libero mercato. Non è un caso che come advisor avesse David Gergen, uno dei primi strateghi della comunicazione ad applicare le regole dello Storytelling alla politica.

È un caso che cerchiamo conferma in figure che sappiano incarnare storie ideali?
No, in fondo abbiamo bisogno di storie ideali, anche se sono evidentemente false. Basta che sappia raccontarcele.

È il problema fondamentale che vive oggi lo Storytelling, e l’equivoco che stiamo vivendo nel far coincidere falsità con narrazioni: il fatto che il pubblico soffra di questo bisogno inarrestabile di storie, che cerca per nutrirsi e alimentare le proprie proiezioni, a costo di semplificare la realtà, rileggerla, ricostruirla.

Su questo bug del percepito oggi giocano “gli avvelenatori di pozzi” (cit.), costruendo realtà parallele che sono dannose e allarmanti: quanto è più bello credere a un uomo della provvidenza che sia in grado di risolvere ogni problema in uno stato? E quanto è rassicurante pensare che ci siano poteri forti che solo un uomo giusto con l’aiuto del suo popolo può distruggere restituendo alla gente comune benessere e libertà?

Non vi ritrovate? Eppure, erano le stesse leve narrative che hanno mosso i pazzi che il 6 gennaio 2021 hanno assaltato Capitol Hill in nome di Donald Trump.

Oppure, quanto è più rassicurante pensare che un virus non sia in realtà pericoloso ma sia un’invenzione di qualche azienda farmaceutica? Un’altra semplificazione in dicotomia buoni/cattivi che però toglie dal campo la possibilità che il suddetto virus possa far male sul serio. È la trama che per alcuni è coincisa con un finale tragico, dato che chi ha creduto a questa favoletta negli ultimi anni probabilmente di COVID-19 ci è morto.

Ecco perché quando vedo che alimentiamo il bisogno innato e tutto naturale di storie con una sovraesposizione della realtà in narrazioni poco utili a comprenderla rimango un po’ perplesso.

Servant of the people oggi aggiunge qualcosa alla comprensione dello scenario di guerra?
No, a mio modesto avviso. Aiuta a comprendere il personaggio Zelens’kyj? Forse, a confermare che sia un ottimo comunicatore: di certo, non aiuta a comprendere il suo ruolo in un’attualità dove l’Ucraina è purtroppo distantissima dallo scenario che si può osservare nel trailer.
Aiuta a capire meglio cosa pensi il popolo ucraino? No: è noto che gli ucraini vogliano essere europei, entrare nella UE e si sentano più vicini all’Occidente che al periodo che li ha visti legati nell’Unione Sovietica.

Come dice spesso Nico Piro su Twitterla guerra è sangue, merda e morte“, e sembra che nel tentativo continuo di raccontarla attraverso l’emotività e non la realtà dei fatti ci si stia prestando a un deviare il discorso in percorsi tangenziali non utili a costruirsi un pensiero critico.

Per questa ragione sono convinto che la scelta di assecondare la curiosità del pubblico (che trovo persino un po’ morbosa) a capire chi fosse Zelens’kyj “prima” non sia una risposta sana dei media. Oggi più che mai ci sarebbe bisogno di raccontare la realtà rimanendo focalizzati su un sistema che non obblighi a semplificare in simboli e archetipi il senso del contesto, ma semmai offra gli strumenti per osservare i fatti e giudicarli con oggettività.

Ci sarà tempo per scoprire il presidente ucraino “nel prima”, quando sarà tornata la pace in questa realtà. Oggi però ogni sforzo dovrebbe esser orientato a raccontare i fatti (come fanno ad esempio lo stesso Nico Piro o Francesca Mannocchi, bravissima corrispondente de La Stampa e della stessa La7)

Riempire i palinsesti oggi con Servant of the people, per poi magari vedere la crisi ucraina sparire progressivamente dal nostro flow informativo nell’arco delle prossime settimane (com’è successo ad esempio per la crisi afgana o siriana) rischia di contribuire alla bulimia da narrazioni che sta colpendo la collettività.

Una patologia i cui effetti sulla percezione degli individui sono già evidentissimi e che stanno progressivamente erodendo la capacità delle società di rispondere alla grande sfide del domani.


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