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Conferenza di fine anno 2024

Per il secondo anno ripeto una roba che facevo su Facebook (quando c'ero) così con la scusa mi tolgo dall'apatia del non scrivere.
Pubblicato il 30 Dicembre 2024

Scorso anno ho ripreso anche qui l’abitudine del raccontare l’anno trascorso, mutuando quel post semiserio che sul mio fu profilo di Facebook mi permetteva di proporre dei bei brani musicali e anche dire, non dicendo, ciò che veramente pensavo dei dodici mesi.

Solitamente usciva il 29/12, ed è stato così per nove anni.

Quest’anno, ahimé, complice un’influenza devastante, riuscirò a pubblicarlo il 30 dicembre.

Le tradizioni però sono fatte anche per essere cambiate in corsa: e poi l’importante è rispettarle, no?

Soprattutto se ci possono essere utili.

E a me fare i bilanci è sempre utile: redarre un resumé significa anche guardare il tutto con più oggettività, cogliendo l’occasione per tirar fuori anche un reale insegnamento -se presente- dal vissuto.

Quindi: come raccontare il 2024, se queste sono le premesse?

La regola è sempre quella: parlare dell’anno senza parlare dell’anno.

Per descrivere il 2024 voglio parlare di una sensazione dolorosa che mi accompagna da sempre, di un modo di preparare una bevanda e uno spoiler.

Mi fa male la testa

La prima è una roba che sento dentro.

Come se la possedessi da sempre e che oggi, che scrivo con ancora l’influenza addosso, capisco non mi ha mai lasciato.

Da bambino, per tante ragioni, ho sofferto di vari dolori nervosi. Vomitavo spesso, poi ci fu il periodo del mal di testa.

Solitamente era un segnale che si presentava quando dovevo fare qualcosa di emozionante, oppure quando trattenevo troppo nervoso e non riuscivo a farlo uscire.

Ricordo dei mal di testa epici alle elementari in gita, ad esempio, oppure in occasione di giornate speciali insieme a mia mamma. Solitamente, passava andando a dormire: il mattino dopo, era tutto perfetto.

Oggi il mio rapporto con il mal di testa, complice un’ernia cervicale, si è complicato.

Spunta sempre in maniera piuttosto anonima, e si piazza a cavallo delle tempie con quella sua quieta e inopportuna voglia di rompere il cazzo per -talvolta- un paio di giorni, talvolta anche più.

È meno pressante di quando ero bambino. Ricordo per il me novenne proprio dolori lancinanti, roba da non riuscire a tenere gli occhi aperti: probabilmente, dato che anche oggi l’effetto è quello, esaspero solo un ricordo sbiadito.

È difficile ricordarci i dolori nella loro essenza.

Alcuni ci fanno più effetto di altri perché ci leghiamo qualcosa che ci ha colpito in negativo, o che magari ci rimandano a esperienze che vorremmo non aver vissuto.

Il mal di testa è una di queste.

Ma quante ce ne sono, ogni giorno? E quanto impariamo a conviverci?

Imparare ogni anno che passa

Dicevo che il secondo sia un insegnamento, più che un ricordo.

Ho imparato a fare la spremuta d’arancia quando lavoravo al bar. Prima non avevo mai fatto caso al fatto che ci fosse una piccola scienza dietro a questa bevanda.

Era il 2000, e mi sembrò fantascientifico confrontarmi con uno spremiagrumi elettrico: con quello era tutto più semplice, ma non bastava.

Al bar infatti devi fare occhio quando schiacci la buccia contro lo spremitore, muovere nel palmo il frutto pigiando in modo che non si rompa ma facendo sì che la polpa si consumasse, facendo colare il prezioso nettare. Era un modo per non sprecare niente, e valorizzare ancor di più il prezzo di vendita.

Fare la spremuta è diverso se la fai con lo spremiagrumi manuale.
È più faticoso, la buccia si rompe più facilmente, la polpa si smonta e non sai se sei riuscito a spremere tutto lo spremibile.

Me ne resi conto quando andai a vivere da solo.

Mi regalarono uno spremiagrumi blu di quelli con la vaschetta, usato. Provai a usarlo già nei primi giorni di vita “da adulto”, in fondo non c’è niente di più maturo che farsi una spremuta d’arancia, fatto salvo scoprire che fosse completamente diverso, più faticoso, anche forse meno soddisfacente.

Finché non ne ho comprato anche a casa uno elettrico (molti anni dopo), mi sono chiesto se fosse stato solo un equivoco e no, in realtà non fossi mai stato capace.

La realtà è che il tempo mi ha appesantito, la tecnologia progredisce e le nostre capacità si fondono con la percezione delle cose: crediamo di saper fare cose che in realtà fanno le macchine, e ci meravigliamo di farne altre che abbiamo smesso di fare proprio perché automatizzate.

Infine, lo spoiler

Voglio chiudere con una roba che ha già qualche anno, e che sta prendendo forma nelle mani mie e di qualche amico.

Parlo di Humanist, che si è già affacciato su questi schermi tempo fa.

Bene: dovevamo essere più avanti nel progetto ma… Lentamente, stiamo procedendo.

Oggi siamo qui.

Ci sono tante, tantissime cose ancora da correggere.

Però, ve lo garantisco, le cose stanno andando avanti.

E speriamo che nei prossimi mesi, si possa presentare ufficialmente.

Magari nella conferenza del 2025 parlerò direttamente di quello.

Buon anno.

Foto di geavey da Pixabay

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