E così, Donald Trump ha vinto.
Sono passati quattro giorni e il mondo sta rispondendo più rapidamente di quanto si potesse immaginare al cambio di direzione dell’amministrazione americana.
D’altronde, Trump ha già detto che interverrà pesantemente su quanto fatto da Joe Biden.
Non sono un analista geopolitico, quindi non entrerò nel merito delle previsioni che stanno ripetutamente riempiendo i nostri giornali.
Mi concentrerò qui su alcuni meccanismi narrativi che ho osservato ripetersi nuovamente, in una spirale che sarebbe indispensabile smontare.
Negare per darsi un tono
Doverosa specifica: ho analizzato il movimento di Trump e lo sviluppo del sistema narrativo che ha condotto all’assalto a Capitol Hill diffusamente ne Le Storie Infinite.
Credo di aver messo a fuoco alcuni degli aspetti che poi effettivamente si sono verificati nell’anno passato e fino alle elezioni (nel caso, datemi la vostra opinione!).
Non che io sia stato più bravo degli altri, intendiamoci.
Semplicemente, alcuni aspetti nel racconto dei due candidati (anche del loro stesso estendersi in una narrazione riconoscibile) erano talmente palesi da sembrarmi scontati.
Visti gli errori compiuti dalla Harris e dal volume di voti racconti dal tycoon, forse scontati non lo erano.
Il primo su cui vorrei soffermarmi è il tema della Negazione.
Un aspetto che si può sintetizzare la posizione di Nancy Pelosi in una recente intervista riportata oggi dal Corriere della Sera, e di cui mi permetto di riportare uno stralcio:
“Pelosi ha poi colto la palla al balzo per contestare i commenti del senatore Bernie Sanders, il progressista indipendente del Vermont, che imputa la sconfitta di Harris all’eccessiva concentrazione sulle politiche identitarie a scapito delle preoccupazioni economiche della working class. «Con tutto il rispetto, e ho molto rispetto per lui, per quello che rappresenta, ma non rispetto chi dice che il Partito Democratico ha abbandonato le famiglie operaie», ha risposto.“.
Un elemento che cozza terribilmente con i dati che mostrano la distribuzione dei voti raccolti da Trump, e che per comodità riporto in uno schema trovato sul canale Telegram Elezioni USA 2024.

In uno spaccato come questo, considerati i numeri assoluti (circa 70 milioni di voti!) è evidente che la working class abbia abbondantemente lasciato da parte le promesse dell’attuale Vice Presidente.
Questa percezione è stata paradossalmente saturata dagli stessi DEM, e non per una reale incapacità di programmare una proposta efficace per migliorare le condizioni del ceto medio/basso vittima dell’inflazione (vero bacino aggiunto per Trump).
Semmai, alla base c’è stata una totale assenza di sensibilità nel raccontarlo.
Lo spiega molto bene Francesco Oggiano in un video pubblicato su LinkedIn qualche giorno fa, partendo da uno spot.
Una roba vera (una frase) è stata decontestualizzata e portata all’attenzione del pubblico.
È vera quella frase? Sì.
È decontestualizzata? Certo.
Basta per descrivere un programma elettorale? Assolutamente no.
Eppure, l’avversario la impiega contro di te. E tu non reagisci.
Come spiega il giornalista nel video, questo attacco prevederebbe quella che Salmon definisce “Contro-Narrazione” (termine che non mi è mai completamente piaciuto).
Eppure, i DEM scelgono di sottovalutarne l’impatto, nonostante sia la sua stessa base elettorale che discuta della bontà della proposta.
Quest’incertezza, o meglio: la certezza che sia ininfluente viene presa a pretesto per un secondo attacco ancor più diretto, che serve a trasformare un elemento decontestualizzato (quindi parziale) in un fattore reale e definitivo.
Quest’incapacità di comprendere quanto il racconto politico sia essenzialmente composto da strati che sono correlati, è ricorsiva nel modo di porsi dei progressisti di tutto il mondo.
Sembra impossibile che uno sguardo mondializzante e inclusivo, che tende ad avere risposte per tutti e tutte e si fonda sul “Non lasciar nessuno indietro”, possa compiere quest’errore.
Eppure, è successo e succede, tanto da far diventare reale un programma dove si potevano dare soldi per la transizione di genere ai detenuti e si ignorava la working class.
La causa qui però non è stato Trump, quanto il negare di avere un deficit nel proprio racconto.
Il non guardare da fuori ciò che si sta raccontando, comprendendo che il principio di inclusività che ti muove stia effettivamente ignorando una parte dell’insieme.
Anzi, negando quanti ti stanno facendo notare che tu lo stia facendo.
Qui ci possiamo collegare a un secondo aspetto decisamente ricorsivo nel racconto del Reale.
Il confronto fra Bene e Male
Pensate a come oggi ricostruiamo qualsiasi fenomeno umano, dalla guerra in Ucraina a quella in Medio Oriente, fino appunto a un’elezione.
Il meccanismo ancestrale che sfruttiamo è quello del Buono contro il Cattivo.
Soprattutto verso la fine della sua campagna elettorale, la Harris è diventata “più cupa” (cit.) puntando molto sul rischio autoritario di un’amministrazione Trump.
Un approccio da fine del mondo, considerata l’attenzione posta sulla deriva protezionistica che questa potesse comportare.
Intendiamoci: a me sembra assurdo che oggi il Presidente eletto sia la stessa persona che ha ispirato meno di quattro anni fa l’assalto al Campidoglio.
Rimane il fatto che esattamente un mese dopo, una personalità come Draghi con una dichiarazione sola permette di creare un titolo che distorce completamente quel rischio (certo, guardando il tutto come opportunità).
Il punto è osservare il meccanismo con cui sviluppiamo le narrazioni per costruire il senso delle cose.
Oggi più che mai, in un mondo polarizzato, è diventato normale dar seguito alla nostra innata capacità di sviluppare racconti attorno a ciò che osserviamo, applicando nativamente le strutture narrative.
Ogni esperienza è basata su un conflitto da risolvere.
È per questo che viviamo come una proiezione in cui siamo attanti narrativi attivi. Soggetti che muovono la propria azione verso un oggetto e che si trovano di fronte un opponente.
È chiaro che questo sistema semantico sarà “vestito” da un percepito in cui noi saremo sempre dalla parte giusta.
L’antagonista sarà nemico fino in fondo e le sfumature saranno sempre più annullate in favore di una semplificazione che ci permetta di muoverci con più decisione.
Pensateci: è il meccanismo che il digitale ha ormai reso mainstream.
Online discutiamo per assoluti, senza alcun tipo di inibizione e semplificando problemi complessi.
In fondo tutte le esperienze si appiattiscono su tempi sempre più contratti che non permettono l’adozione di approcci complessi.
La contrapposizione Bene/Male è la più semplice, immediata, forse anche condivisibile.
Ecco quindi che Trump (o la Harris) diventa il Bene (o il Male), gli elettori e le elettrici una mandria di ignoranti (oppure intelligenti e in possesso del sapere), la soluzione proposta dalla controparte sbagliata a prescindere.
È a mio giudizio il motivo per cui il Global Warming, che è una questione urgentissima, riguarda tutte le nazioni ed è diventato un argomento su cui avere un’opinione.
Se i Verdi e i progressisti (non tutti) lo hanno messo al centro dell’agenda, la risposta della controparte è stata quella di definirlo a monte come falso.
Certo, centra sicuramente la montagna di interessi economici che stanno dietro a certe parti politiche: ma pensate alle persone comuni e a come si costruisce il consenso.
Parlare per evidenze scientifiche, peraltro dopo scene come quelle di Valencia, dovrebbe garantire una montagna di voti.
Serve però entrare nella complessità.
Per smontare un’evidenza politica, non si entra nel merito: si costruisce un cattivo su cui edificare l’idea che sia da debellare.
Ecco allora che l’immigrazione diventa un tema ideologico (altro grande topic penalizzante per le sinistre di tutto il mondo).
La guerra a Gaza un tema da evitare, su cui la Harris ha semplicemente smesso di prender posizione paura di dover scontentare qualcuno (se ci fate caso: lì era impossibile costruire un sistema buono vs cattivo).
Trump in tutto questo ci sguazza.
Come ho scritto ne Le Storie Infinite, citando Salmon, a lui non interessa la complessità.
Tende a piegare i fatti alla contrapposizione, definendosi come uomo che arriva e fixa
(evergreen: lo diceva anche Marchionne di sè), che combatte per un bene superiore e lo fa disinteressato, perché alla fine è già ricco di suo.

In questo stralcio che ho citato nel mio modesto lavoro, Salmon parlava del Trump del 2016.
Ma oggi? Esiste ancora quella volatilità, con alle sue spalle il Pizzagate, QAnon, il Project 2025 e tutto ciò che è stato detto?
Dopo quel “Risolverò la guerra in Ucraina in 24 ore”, che è stato presentato come una sparata ma in tre giorni sembra poter scombinare già i tre anni passati?
Come si può non considerare un “buono” chi si salva da un attentato e lo contestualizza non come un colpo di fortuna ma come un segno del divino?
La narrazione collettiva di Donald Trump, e lo dico senza timore di esser smentito, è stata banalmente recepita come più concreta e vivida.
Ha saputo tradurla in esperienza perché non doveva approfondirla: per questo non importa diventerà esperienza reale.
Ciò che però sostengo con forza è che in presenza di un sistema che tende a trasformare tutto in buono e cattivo, vincerà chi aggirerà la complessità in favore di un racconto facilmente convertibile in esperienza.
Oggi più che mai è necessario tornare a un sistema in grado di superare questa dicotomia, a costo di cominciare una lunga traversata nel deserto (e chissà se ne avremo il tempo).
Un ultimo particolare di colore
Come si trasforma un cattivo in buono?
Si è detto che Trump sia riuscito a usare meglio i social.
Guardando Tiktok, beh, non si può dire non sia vero, ma non so quanto l’effetto sia stato voluto.
Se aprite infatti il noto social network, troverete decine di migliaia di video dove utenti di ogni estrazione sociale, età e razza ballano la Trump Dance.
Ora: Trump è un uomo di 78 anni, fisicamente non si può certo dire un adone.
Eppure, con pochissime celebrities che lo hanno endorsato e uno scarso bacino di contenuti cui attingere, ha semplicemente creato un trend positivo e positivista.
Il golf, poi le mani mosse a ritmo, un’indicazione verso il pubblico ed ecco fatto un codice condiviso.
In una società egoriferita dove l’emulazione diventa sistema per costruirsi un’identità, questo semplice ingrediente ha permesso di sviluppare un’emozione collettiva di cui sentirsi parte.
Paradossalmente, era pure un qualcosa di positivo.
Sfido chiunque a dire che YMCA non sia una canzone che comunichi buonumore.
Tralasciate un attimo l’idea che sia stata l’inno della campagna di Trump.
Quando la ascoltate non vi viene in mente la gioia di una serata spensierata, il ballo di gruppo, i sorrisi, le mosse scoordinate, magari gli amori nati in sala da ballo?
Ripeto: tralasciate il fatto che oggi sia associato alla Trump Dance.
Il buono è luminoso, il buono è allegro e gioioso, il buono si disinteressa del male.
Il buono è una marea gioiosa che si muove all’unisono. Come in un ballo di gruppo.
Infine
Io non so cosa ci aspetti oggi.
So che però le ricette per costruire narrazioni collettive efficaci devono necessariamente cambiare, a maggior ragione se devono veicolare risposte complesse.
E oggi il pianeta, l’umanità, hanno bisogno solo ed esclusivamente di queste.
La complessità però richiede tempo e dedizione, cose che la dieta narrativa odierna sta sistematicamente lasciando da parte.
Chi saprà rispondere a quest’esigenza?




