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LA SUPERLEGA, OVVERO: LE RIVOLUZIONI NON SONO MAI SEMPLICI

Con la SuperLega, i dodici club di calcio più importanti d'Europa evidenziano un problema strutturale.
Pubblicato il 21 Aprile 2021
SuperLega

Trevor Francis probabilmente non dirà molto neanche a chi ama il calcio.

Eppure, si può dire che a modo suo sia stato come quel centrocampista belga che negli anni ’90 contribuì a rivoluzionare il mondo del pallone.

Francis infatti divenne noto agli onori delle cronache quando passò per la considerevole cifra di 999.999 sterline dal Birmingham al Nottingham Forest nel 1979.

Quell’unica sterlina che mancava per raggiungere la allora quota magica del milione fu tolta dall’allora allenatore dei Forest Brian Clough (soglia mai toccata da alcun club inglese), quasi a titolo simbolico perché la cifra sembrasse meno enorme di quel che era.

A ripensarci oggi, fa persino ridere.

D’altronde, ormai la soglia cui facciamo riferimento per parlare di trasferimenti è quella di Neymar, che nel 2017 passò dal Barcellona al Paris Saint German per 222 milioni di euro: cifre astronomiche.

Nel 1979 però fu uno shock, e le critiche non furono risparmiate.

Il calcio, in fondo, è sempre stato qualcosa che andava oltre lo sport: una sorta di ambito religioso, dove l’appassionato si vota a una squadra e la magia della performance sembra inattaccabile se comparata alla mondanità del danaro.

Soldi che però il calcio ci sono, eccome: e mai come negli ultimi trent’anni.

Si pensi ad esempio al giro d’affari che muove oggi tutto il sistema: nel 2017, un’epoca fa, si parlava di 25 miliardi di euro generati fra diritti TV, merchandising, oltre all’immancabile compravendita di giocatori.

Poi arriva il Coronavirus, e fa diventare il 2020 un anno di forte contrazione: si parla apertamente di 6,5 miliardi di mancati ricavi.

Uno scenario apocalittico, se si considera l’esposizione di tutti i principali club sulla scena, obbligati per rimanere competitivi ad allinearsi a tetti salariali e costi di gestione del personale altissimi.

Una crisi che però era già in atto, tenendo conto che il football è sempre di più un elemento collaterale dell’intrattenimento per larghe fette di pubblico e la ricerca di linee di ricavo nuove erano fra le urgenze da smarcare.

Per dire: i più giovani non guardano più le partite come le guardavo io che sto per entrare nei quaranta.

A quindici anni non mi sarei mai perso una partita della mia squadra del cuore (o in generale di qualunque squadra): i quindicenni di oggi si stufano.

Come disse il presidente Agnelli due anni fa, il competitor diretto della Juventus non sono più (solo) il Real Madrid o il Bayern Monaco, ma Fortnite.

In una società digitalizzata come questa, non è più quindi solo questione di performance sportiva, ma di che fine ultimo vuole avere una partita di calcio.

Superlega, Playstation e grande show

Torniamo a Trevor Francis e al milione: se allora quella cifra veniva considerata altissima e quindi immorale, oggi l’opinione pubblica osserva cifre proporzionalmente più alte investite su cose altrettanto superflue.

Per dirne una: il match del secolo fra Mayweather e Pacquiao nel 2015 mosse un giro da 400 milioni di dollari, con i due pugili che vennero omaggiati da due borse rispettivamente di 120 e 80 milioni. I biglietti a bordo ring arrivarono a costare 128K dollari, per vedere l’incontro in una sala si poteva arrivare a pagare fino a 300 dollari, mentre l’acquisto sulla pay-TV su alcuni circuiti ammontava a 100 dollari.

Il calcio, con i suoi 25 miliardi di giro annuale, è insomma in trend con quelle discipline che muovono capitali perché generano interesse (e conseguemente valore).

È normale che attorno a questo volume d’affari si muovano attori come fondi d’investimento o banche: semplicemente perché, altrimenti, non si sosterrebbero i costi.

Qui arriviamo al discorso SuperLega.

Un progetto che era stato proposto e riproposto nell’arco degli ultimi cinquant’anni diverse volte, ma che non era mai stato finalizzato con una formula… fino a domenica, quando della SuperLega si è cominciato effettivamente a parlare, con tanto di sito ufficiale.

Dietro al progetto, si sa, c’erano dodici fra le squadre più forti d’Europa che miravano a sviluppare un torneo per il 75% limitato a loro, con cinque posti vacanti e assegnabili ogni anno in base a meriti sportivi.

Alcuni hanno paragonato quest’evoluzione a ciò che è successo nel basket, con l’EuroLega che già oggi funziona in maniera simile.

La SuperLega però non era soltanto questo, ma il tentativo di aumentare i ricavi che i club fondatori miravano a ricevere, allo scopo di garantirne la sostenibilità di tutto il sistema.

Concetto espresso ad esempio lunedì sera da Florentino Pérez, presidente del Real Madrid, a El Chiringuito.

Le critiche mosse verso la SuperLega sono state tantissime, non solo da giornalisti e commentatori ma anche da tifosi e addetti ai lavori: a tutti è sembrato che l’idea di avere un torneo continentale che premia il blasone e non il merito sportivo snaturasse il fine ultimo del calcio, ossia premiare il più bravo.

Il problema che vedo io è che per quanto il concetto non sia condivisibile, non viene compreso fino in fondo che la SuperLega è l’unica proiezione nel futuro che il mondo del calcio sta provando a fare.

Proprio come nel caso di Trevor Francis, con il suo milione di cartellino, anche qui le critiche vengono poste sul fatto che ci sia una ricerca sproporzionata della valorizzazione del prodotto, partendo da presupposto che si stia parlando di qualcosa che è sacro, inviolabile, ossia l’evento sportivo e il suo fine ultimo.

Il problema è che mai come in questi casi, è il mercato che determina il valore: e in questo caso, è evidente come lo sport c’entri relativamente poco nel discorso calcio.

Una partita fra PSG e Bayern Monaco come quella giocata nei quarti di finale di Champions League non è solo la messa in mostra di un gioco di altissimo livello, ma uno spettacolo apprezzabile anche da un consumatore non addicted.

E sarà sempre di più così.

Il calcio sarà sempre meno un culto collettivo replicante la religione: semmai, è destinato a diventare un contenuto seriale altamente coinvolgente da seguire a stagioni, che vedrà tifosi e appassionati più volubili e difficili da gestire.

Tanto per intenderci: dovrò arrendermi all’idea che ci saranno sempre meno tifosi come me, che continuano a incazzarsi se la propria squadra del cuore perde, e molti più tifosi come mio fratello che ha 17 anni e che probabilmente apprezzando tantissimo Mbappé sarebbe pronto a seguirlo come tifoso anche se cambiasse squadra.

Da dove viene questa consapevolezza?

Dal fatto che la stessa disciplina è vista più come se fosse un qualcosa da mettere in scena: in pratica, il calcio paga l’esser diventato uno spettacolo.

La SuperLega quindi sarebbe stata la risposta (sicuramente migliorabile) al bisogno del calcio di avvicinarsi al suo pubblico, che paradossalmente non è più solo dei tifosi e non è più solo collegato alla territorialità dei club: una base utenti, ne più ne meno, da cui attingere abbonamenti televisivi e a cui sottoporre contenuti da alto gradimento, possibilmente che possano essere consumati in modalità spot e orizzontale.

Un po’ come una partita alla Playstation, o un finale di Game of Thrones.

Sentimentalismi tardivi

Ora: dire che l’idea mi piacesse così tanto no. Il fatto che la mia squadra vada dritta in coppa per meriti non conseguiti sul campo mi fa pensare a un diritto non meritato, e le favole tipo quella dell’Ajax due anni fa mi hanno sempre esaltato.

Ma io, appunto, sono un uomo del secolo scorso e seguo il calcio perché mi piace la disciplina.

Basta una favola ogni tanto a tenere attaccati allo schermo miliardi di spettatori che hanno altre abitudini di consumo?

E poi c’è da dire una cosa.

Che se ci sono aziende che hanno faticato a rinnovarsi provando a capire dove dovesse andare il modello, quelle sono state proprio le società di calcio.

In Italia ad esempio cinque sole squadre vantano stadi di proprietà, asset indispensabile per poter monetizzare e diventare sostenibili.

Una sola ha una seconda squadra, nonostante la riforma risalga a tre anni fa.

In pochissime società lavorano sui vivai.

Non parliamo poi della preparazione in termini di sviluppo commerciale, che vedono solo pochissimi player porsi sul mercato per generare ricavi e crescere attraverso business plan competitivi e all’avanguardia.

L’industry intera, almeno in Italia, si regge sulla spartizione dei diritti televisivi, che ha comunque dei limiti, tenendo conto che poche squadre valorizzano l’intero prodotto più di tutte le altre messe assieme.

A maggior ragione considerando che meno risorse significa meno spettacolo (perché banalmente si hanno meno calciatori bravi) e quindi meno potenziali utenti che acquistino il prodotto.

La SuperLega, per quanto “ingiusta” apparisse, è stata un tentativo di andare oltre una modellizzazione che volente o nolente è rimasta ancorata a scenari passati: perché anche rifuggendo completamente qualsiasi innovazione, saranno sempre di più i club che con stratagemmi burocratici acquisteranno i Neymar a 222 milioni, allargando la forbice della competitività.

Il calcio non è stato rubato dai ricchi, come recitava uno striscione che si leggeva nelle scorse ore online.

Ha tentato autonomamente di evolversi, un po’ per la domanda continua di competitività (i tifosi che chiedono le vittorie, che dipendono dai calciatori, che hanno un costo) un po’ per l’allargarsi dell’esperienza stessa di questa disciplina, che come detto è riconducibile a una piattaforma di senso che non si limita alla partita ma si estende ai videogiochi, alla moda, al jet set, allo spettacolo.

Se il Manchester City può diventare protagonista di una serie su Amazon Prime (o Francesco Totti di una su Sky) è perché c’è qualcosa che va al di là della performance sportiva, ed è strettamente legata alle narrazioni che orbitano attorno ai 90 minuti di gioco.

Triste? Sbagliato? Ognuno può pensarla come vuole, ma non comprendere la necessità di quest’evoluzione non è da puristi, ma da miopi.

Criticare il tentativo di lanciare una SuperLega che mirasse alla sostenibilità economica mi sembra un esercizio stilistico perlomeno dubbio, dato che il sistema che non ha saputo mai rinnovarsi veramente (se non aggiungendo partite su partite, plafonando così i calendari e rendendo il tutto più caotico).

C’era tempo per pensarci, e non è stato fatto. Perché?

Non so se augurarmi che la SuperLega possa riprendere quota.

So però che tutta la discussione che è nata attorno ad essa potrebbe finalmente smuovere un sistema ancorato a residui novecenteschi che deve per forza di cosa trasformarsi.

In palio c’è la sua stessa sopravvivenza.

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