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OnlyFans: oltre il contenuto

OnlyFans è una delle piattaforme che hanno sdoganato le creator economy: provocatoriamente, però, per me al centro non c'è il contenuto.
Pubblicato il 31 Agosto 2023

Per parlare di OnlyFans voglio partire da una massima che sentii enunciare durante una lezione universitaria dall’allora mio professore e relatore Peppino Ortoleva: “Per capire dove andrà il digitale bisogna guardare cosa succede nella pornografia e nel gioco d’azzardo“.

Ho sempre applicato piuttosto con solerzia questa regola, a maggior ragione oggi che per motivi professionali mi tocca talvolta sfiorare la tematica da un punto di vista più operativo e meno “ludico”.

OnlyFans in effetti l’ho incontrato in particolare in questi mesi di lavoro in azienda, dove abbiamo discusso come stiano posizionandosi certi canali in relazione a un determinato cluster di potenziali clienti. Certo è che mi era abbastanza noto quanto e come stia cambiando il mondo in particolare del settore adult, che vede nel 2023 trainare una crescita per la piattaforma che ha ormai stabilmente sfondato il billion di ricavi.

Fonte: Usesignhouse.com

Oggi OnlyFans è un fenomeno di costume, una realtà diversificata, anche un’alternativa (da capire quanto) per giovani creator che vogliono darsi una strada più remunerativa al canonico lavoro. Ma non è tanto del fenomeno sociale di cui voglio parlare oggi, anche se è plausibile pensare che presto o tardi sarà necessario confrontarsi sul rapporto fra libertà d’espressione e stigma sociale: oggi voglio entrare più sulle domande (e non tanto le risposte) che OnlyFans ci sta presentando.

Cosa cerco su OnlyFans

Il mondo adult, o per dirla pane al pane, della pornografia, si regge sul desiderio dell’individuo di cercare qualcosa che la quotidianità non sempre gli riesce a garantire. Questa breve frase contiene una grande profondità di significati e associazioni, se non altro perché dopo una breve ricerca ho trovato approcci clinici e scientifici piuttosto variegati (cito questa fonte, questa e quest’altro giusto per dare qualche stimolo) che ci spiegano quanto le persone si servano della pornografia come una sorta di via di fuga dalla quotidianità e per soddisfare un bisogno di ricerca, se vogliamo anche profonda.

L’industry è oggi oggetto di attenzione anche per via di alcuni studi che ne hanno decretato alcune responsabilità (in senso positivo ma anche negativo) e anche OnlyFans ha certamente recitato un cambio di paradigma, dato che ha reso di massa (più di quanto già non fosse) il concetto di pagare per fruire di contenuti di questo tipo.

D’altronde, le cifre che escono sulla media del costo di una subscription non sono altissime.

Si può trovare un abbonamento per un creator anche a 5 dollari, per dire. E in un sistema che ha sdoganato il concetto di sub anche grazie ad altri canali, l’idea che si debba pagare per un’opera di ingegno (e mettere in mostra il proprio corpo lo è) è pressoché stata abbastanza digerita.

La domanda fondamentale però è proprio questa: si paga per vedere un corpo? Si paga per l’idea di assistere a una serie di performance distribuite sotto forma di foto, video, audio, per il preciso intento di fruire di qualcosa che sia a sfondo pornografico?

La mia risposta è no: OnlyFans, così come tutte le piattaforme basate sul concetto di content economy (da Patreon a Substack, per citare le più in voga) non vendono “solo” contenuti.

E non credo che la differenza la faccia, sicuramente non sul medio e lungo periodo, la possibilità di fruire di contenuti per adulti.

Francesca Vicari ad esempio era una creator molto attiva su OnlyFans. È stata intervistata nel 2021 da Mashable, e a un certo punto alla domanda “Cosa porta un fan a seguirti a pagamento su OnlyFans?” ha risposto questo:

“C’è per prima cosa l’interesse a livello fisico, e poi c’è anche una parte di utenti che oltre al corpo sentono attrazione verso il personaggio, e si affezionano. Alcuni ti seguono perché sanno che su OnlyFans possono avere un contatto più diretto con qualcuno a cui non avrebbero magari il coraggio di rivolgersi, nella realtà o su Instagram. Ho sempre risposto a chi è educato e gentile, senza farmi problemi”

Francesca vicari

Per dovere di cronaca, ho parlato al passato perché oggi i profili IG e OnlyFans di Francesca Vicari non sembrano essere più attivi, mentre quello Facebook è fermo dal 2022.

C’è però una gemma, come quella di un fiore, di quello che nel 2023 mi sembra sia uno spiccato quanto marcato fenomeno nella relazione fra creator e propri fan: il dialogo. La necessità di parlare con i propri utenti che diventa parte integrante dell’esercizio di “creatore”.

Laura Lux ad esempio è una creator americana, e in un’intervista uscita a giugno dice:

“Io guadagno 30.000€ al mese, ma mi sono iscritta nel 2018, prima che la piattaforma venisse invasa. Oggi il mercato non è saturo, di più. Per rimanere visibile, posto tutti i giorni. Non pubblico roba particolarmente spinta, ma se mi pagano la faccio. Lavoro dalle 9 alle 5, solitamente. Prima do il buongiorno a tutti, poi pubblico una foto e infine rispondo ai tantissimi messaggi che ricevo. Se volete mantenere un abbonato al vostro profilo, non dovete ignorarlo. Parlare con tutti richiede tempo“.

laura lux

Un’attività di community management più che da creator, che già scorso anno aveva fatto rilevare come sorgessero le prime fabbriche di “dialogatori di OnlyFans” (ne parlarono fra gli altri Linkiesta, FanPage e Il Fatto Quotidiano) e che pur sporcata da queste batterie di ghostwriter, è distintiva per quei e quelle creator che continuano a darsi da fare con l’instant messagging.

È vero: attraverso la chat di OnlyFans si possono vendere altri contenuti premium aumentando i guadagni (cosa che leggendo le recensioni su TrustPilot ha generato ulteriori cortocircuiti, tipo “le lootbox in stile gioco d’azzardo” inventate da qualche scammer) e parlare in chat privata può essere un modo per aumentare i ricavi.

Ma non credo che sia quella la vera ragione per cui è strategico alimentare il dialogo.

Il punto è che, dal mio punto di vista, il vero motivo per cui le persone continuano a usare OnlyFans e a pagare un singolo creator è proprio la possibilità di relazionarcisi: e sul lungo, anche il contenuto per adulti sia una leva che azionata non diventa determinante sul mantenimento della relazione.

Alla ricerca dell’empatia

Viviamo in una società dove il concetto di simulazione sta diventando sempre più pervasivo. È una diretta conseguenza di un mondo dove tutto viene gamificato senza che sia un gioco, dove i gesti sono compiuti attraverso una tecnologia che sta rimodulando il nostro percepito e in cui la ricerca sta forsennatamente cercando di ricostruire la realtà secondo canoni diversi.

Non entrerò in questo post su questo tema (anche perché c’è chi ne sa più di me, mentre del rapporto fra simulazione e narrazione ne parlo diffusamente in Le Storie Infinite) ma voglio concentrarmi sul bisogno di trasformare un canale per “guardare” in uno per “parlare”.

Il rapporto con la pornografia è meccanico. È un genere pensato per gli uomini, che influenza le fantasie ma che risponde a criteri di regia e produzione ben precisi, dove l’atto proposto è tutto fuorché reale.

Il vouyerismo che conduce al voler guardare una creator nell’atto di esibirsi porta comunque a una saturazione piuttosto veloce (tant’è che sono diverse le creator che passano da poche foto di nudo a una vera e propria attività da pornostar, con un’esposizione crescente e atti sempre più espliciti) e la disponibilità di materiale online è tale che per il consumatore tipo è più credibile passare oltre.

Se io consumatore decido di fermarmi, pagando, in un luogo come il canale di OnlyFans non sarà per il ripetersi di atti che possono trovare facilmente cloni nella miriade di siti hard presenti in Rete, ma per la possibilità di costruire un simulacro di una relazione che, nei limiti del media, riprodurrà in tutto e per tutto l’atto sessuale.

Il fatto che io possa chiedere, scambiarmi materiali, magari ricevere dei messaggi personalizzati (a pagamento) è l’ultimo atto di un percorso che nel ‘900 ha trovato humus su cui far presa: il medializzare le relazione e simulare forme di contatto empaticamente connotate.

OnlyFans è la risposta multimediale agli 144 che andavano in voga negli anni ’90, più che l’alternativa premium a PornHub.

Uno spazio più intimista e premiante, dove a essere ricercato più che il piacere effimero nel completamento di una fantasia è il bisogno di costruirsi una realtà dove l’oggetto del desiderio, la donna bella e provocante, viene normalizzata in un incontro che diventa reale, in un certo senso tangibile.

Non voglio spendermi di nuovo un concetto pescato dalla mia area di competenza ma… con OnlyFans compro una storia che immagino e che mi sembra possa diventare realtà.

Ora, sotto questa luce io analizzo il fenomeno sotto diverse verticali e con un approccio decisamente diverso.

In primis: sono convinto che l’hype stia per esser raggiunto e presto il modello potrebbe lasciare spazio a una tecnologia diversa che mutui però la meccanica per generare ricavi. Detto in altri termini: a esser determinante sarà non il come fruiamo la pornografia, ma come potenzieremo la relazione.

Non appena sorgerà uno strumento in grado di aumentare il grado di coinvolgimento empatico, magari simulando sensazioni diverse a dispetto della forma visiva (penso a sensori in grado di simulare al tatto un atto sessuale) OnlyFans e i suoi video potrebbero doversi evolvere per sopravvivere.

In seconda battuta, l’analisi si sposta su un piano più etico e umano. I social media stanno convertendosi in abilitatori per il comprendere il mondo, e viverlo. Questa seconda parte è centrale (di nuovo: l’ho cercato di spiegare nel mio ultimo libro) ma è anche una delle spie più allarmanti che dobbiamo tener sotto controllo.

Abbiamo spostato il nostro focus sul percepito, che è già stato ampiamente corrotto dall’innesto di narrazioni fittizie nel nostro ecosistema informativo: il fatto che si stia affidando sempre più ai sistemi mediati la capacità (oltreché l’accesso) di generare empatia è il preludio a un’umanità che non saprà distinguere il cosa è giusto e cosa è sbagliato, abbattendo il limite della dicotomia vero/falso.

Detto in altri termini: OnlyFans sta mettendo in evidenza come l’uomo sia un animale perennemente alla ricerca di emozioni che diano un senso al proprio essere, ma sta perdendo la capacità di soddisfarsi con ciò che riesce a sviluppare nel reale, dal vivo.

Un’incapacità che sta diventando talmente marcata che siamo anche disposti a pagare per simulare una soddisfazione che parte dal corpo ma che è nella mente, in una società dove questo tipo di emozioni reali stanno diventando sempre meno semplici da reperire.

E la sintesi delle stesse non può essere la soluzione.


Lo sai che oggi faccio anche il Consulente di #BrandRegenerationContattami per parlarne 🙂

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