Stamattina mi sono svegliato più tardi del solito e scopro che c’è stato un attentato a Trump.
La cosa che però più mi sconvolge è un’altra: prima di darmi questa notizia, il primo amico che leggo sullo smartphone mi ha inviato due post.
Il primo è questo:
Il secondo è questo.
Nel giro di 30″ ho formulato al mio amico la domanda fondamentale.
“Ma cosa è successo?”
“Attentato a Trump” è stata la sua risposta.
Come fosse la cosa più normale del mondo.
La vera notizia è che per alcuni, per alcune ore, l’attentatore era un giornalista italiano specializzato in notizie sportive, e in particolare sull’AS Roma.
Il problema era che questa cazzata potevamo capirla subito solo noi, che stiamo su X.


Mark Violets e le ricostruzioni fantasiose
Marco Violi è diventato famoso qualche anno fa anche sui media mainstream per un fenomeno noto come VioliNation. Un utente dell’ex Twitter aprì una stanza di ascolto dove venivano trasmesse in streaming senza soluzione di continuità delle canzoni, con autore proprio Marco Violi, a tema Roma.
La cosa è diventata un fenomeno senza capire bene perché. Forse perché ad un certo punto in quella stanza arrivarono anche dei VIP, muovendo dei numeri straordinariamente alti.
Durò quasi 24 ore.
Marco Violi minacciò querela, e l’account autore della cosa, tal @moussolinho, si disattivò per paura di querele.
Ieri sera, come ricostruisce egregiamente Open, tutto comincia non da una stanza da ascolto, ma da un tweet.

Mark Violets sarebbe secondo il tweet un simpatizzante antifa con la passione di YouTube.
Chi associa il nome dell’autore al nome del presunto terrorista alla foto, capisce subito sia una cazzata: e per capirlo devi stare dentro una certa bolla (primo elemento rilevante).
Chi però non ci sta dentro (secondo elemento rilevante) no.
Il post prende il largo, ed ecco che in un attimo approda come racconta il pezzo di debunk del giornale fondato da Enrico Mentana nella galassia complottista/estremista americana, e non solo.
Chiaro che oggi il buon Marco Viola abbia già smentito. Probabile che lunedì il suo avvocato di fiducia riceva una chiamata.

Non voglio fare l’esegesi di quanto successo perché se cliccate sul pezzo su di Open si vede come una boutade possa aver superato la verità, e anche come.
Il fatto che il veicolo principale della diffusione della notizia siano stati account di estrema destra e soggetti già identificati in passato come booster di fake news è indicativo.
La necessità di dare la notizia si incrocia con il bisogno di emergere in uno spazio dove la reaction è il premio, il fine ultimo, ciò per cui si pubblica.
Anche per questo sparisce il bisogno di verificare.
Stamattina ad esempio sugli organi di stampa più “autorevoli” si parla solo della smentita: una necessità, quella della verifica di una notizia, che fa parte integrante della deontologia del giornalismo moderno ma che negli ultimi anni si era riposizionata.
Nel mio libro Le Storie Infinite cito ad esempio il caso, piuttosto divertente visto a posteriori, di Enrico Mentana che durante la diretta del 6 gennaio 2021 lancia un video preso da Project X presentandolo come vero.
Non è che i giornalisti non sappiano che debbano verificare.
È che spesso, riportando rumors, li fanno diventare reali.
Possono anche dire “Notizia da verificare”: ciò che arriva è che comunque qualcuno ne sta parlando, quindi qualcosa di vero potrebbe esserci.
Sono meccanismi piuttosto ricorsivi in un contesto dove i contenuti flussi si affastellano facendo vivere i fatti durante la narrazione, e non con un racconto a posteriori.
Non voglio dilungarmi su questo, anche perché il tema è ormai parte non solo del giornalismo, ma proprio del nostro modo di raccontare le cose e in un post la cosa non ci sta.
No, io in realtà voglio parlare del Twitter-Calcio.
Il simbolo della tribù
Che cos’è il Twitter-Calcio?
Difficile dirlo.
Forse per raccontarlo bisogna prendere uno dei tanti tweet di stamane.
Provo a darne io una definizione, vediamo se esaustiva.
Si parla di Twitter Calcio per identificare tutti e tutte le utenti che stazionano su X e parlano di questo sport, in tutte le sue declinazioni: sportive, economiche, culturali, fenomenologiche.
Suddiviso per fazioni legate ai club (J-Twitter, Milan-Twitter, Roma-Twitter e così via) ospita serenamente uomini e donne e nel tempo costruisce una propria mitologia interna che parte ovviamente dall’unità minima di significato, ossia la partita, o il torneo.
Dal tweet dedicato al singolo calciatore, all’epopea di un allenatore, tutto diventa opportunità per sviluppare un’identità collettiva, un sistema polarizzato, un tema di dibattito.
Tutto rigorosamente gestito su X, con contenuti che “piovono dal basso” e alimentano il bisogno di coagularcisi attorno.
Questo insieme di narrazioni ben codificate aumentano il valore della piattaforma, che ha come merito quello in primis di essere gratuita.
Questo genera una sottocultura con i suoi codici, le sue espressioni, il suo modello comunicativo, i suoi trendsetter.
Evoluzioni “oltre” lo stesso social network che rendono (indovinate un po’) la cosa talvolta transmediale.
Ad esempio, quando artisti del calibro di Shade (tifoso bianconero, utente X, parte del J-Twitter) sceglie di unirsi a Emme (tifoso interista, utente X, parte dell’Inter Twitter) per scrivere un brano fatto di citazioni di tweet di Enzo, (tifoso interista, utente X, parte dell’Inter Twitter).
Per inciso: “Ho una dignità ma a volte la perdo” è titolo preso da un tweet del suddetto Enzo.
È in questo micro-universo che Mark Violets prende vita come meme e simbolo: non è più solo la boutade di un utente che non bada alle conseguenze, ma una delle tante forme per confermare il proprio status di community, in cui riconoscersi e da difendere.
Perché parlarne
Ho sempre trovato molto interesse nel Twitter Calcio perché ha aperto, almeno da che ho memoria, alcune frontiere perlomeno inedite nel panorama dei social network.
L’unità identitaria attorno a un singolo social non è certo una cosa nuova: funzionava per dire anche nei forum.
Il meccanismo che però si è finora sviluppato era più centripeto: le persone tendevano a chiudersi nello spazio, diventando molto selettive nei confronti dei contributi esterni.
Penso ad esempio ai forum di appassionati di un certo modello di auto, con il continuo confronto che però vede l’elemento unificante come chiave d’accesso e non come leva distintiva.
Facendo un esempio: io appassionato di Alfa Romeo entravo in un club che però tendeva a voler isolarsi per godere la propria passione, senza intromissioni.
Il Twitter Calcio ha invece la particolarità di connotarsi più come fenomeno politico.
Il tutto con un utilizzo della piattaforma straordinariamente inedito: se i social network prima diventano non-luoghi senza ruolo, qui assolve invece quello di elemento connotante.
Ricorda sì la tifoseria di una squadra, ma anche il partito del ‘900: non è un caso che attorno a questo agglomerato piuttosto eterogeneo navighino dibattiti anche non strettamente legati al calcio, e anzi profondamente seri.
Questa spinta dal basso all’auto-affermazione, alla consapevolezza del sé, pone delle domande che si legano ai due elementi rilevanti che citavo su.
Ricordate: la dicotomia fra comprendere chi sia Mark Violets e non capirlo.
In un sistema costituito da miti a bassa intensità, il Twitter-Calcio alimenta con micronarrazioni l’esistente, e oggi arriva a condizionare ciò che calcio non è (e a pretendere di determinarlo).
Lo fa con la presa di coscienza di esistere e polarizzando indirettamente idee, non curandosi delle conseguenze, cambiando il percepito anche di altri mondi.
E la cosa clamorosa qual è?
Che chi ne fa parte lo sa, ed esercita questo potere nonostante fuori non si abbia contezza di cosa sta succedendo.
Stamattina infatti fioccano i post di gente che “Cerca di spiegare cosa sia il Twitter Calcio“.
E, notare bene, lo sto facendo anche io, perché so che lì fuori c’è chi non lo sa ma potrebbe considerarlo un fenomeno rilevante.
Eppure, come molte altre aggregazioni, non le consideriamo passibili di definizione identitaria.
Un po’ come il mondo che si nasconde dietro Reddit, citato solo per parlare degli easter egg trovati nelle serie TV.
Eppure, è in questi punti che community intere prendono vita e cominciano a cambiare il mondo.
Sempre ne Le Storie Infinite cito QAnon e l’ARG che ha originato, ma certo non è l’unico.
Orgogliosamente, oggi, nel Twitter Calcio c’è chi è felice di aver fatto sentire la propria voce, quasi sia più un movimento ideologico che non un presunto aggregato di account social.
Ogni tanto penso che nel chiudere le scuole di partito, nella progressiva erosione degli oratori, nel parcellizzare l’esperienza dei più giovani si sia trascurato un aspetto.
No, non voglio fare il boomer di quelli “Una volta si stava meglio”, è che c’è un grossa verità che non vogliamo vedere.
Le persone hanno bisogno di rivedersi in qualcosa.
E per rimanere allo sport: se l’esperienza delle squadre di calcio si frammentano, si perde l’unitarietà del tifare (pensiamo alla marginalizzazione dei gruppi organizzati) cosa rimane?
La necessità di aggregarsi, perché di base la passione per lo sport è un qualcosa che unisce.
Se questa necessità viene assolta da una piattaforma, allora si otterrà un fenomeno nuovo, dove il coagulo sociale non sarà più “sano”, ma filtrato.
Dove il percepito non è reale nel senso più profondo del termine, come tutte le cose che succedono sul digitale, che sono reali ma non sono percepite vere e tangibili.
Il Twitter Calcio è solo l’ennesima conferma che il cambiamento è in atto e non si può fermare, anche se non sappiamo ancora se sia positivo o negativo.
Capirlo per tempo potrebbe essere determinante.




