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Capire (e raccontare) l’Intelligenza Artificiale

Parlo spesso con le persone di Intelligenza Artificiale, ma mi rendo conto che non si sta capendo realmente cosa comporterà l'AI.
Pubblicato il 16 Dicembre 2023

Per scrivere questo post, ho pensato che la cosa migliore fosse usare l’Intelligenza Artificiale.

Ho cominciato generando un’immagine che la accompagnasse. Ho scelto uno dei tanti tool gratuiti presenti online, selezionato uno stile che mi sembrava caruccio e disorientante visto il tema, messo in bella il prompt con un generico “Crea un’immagine che sappia descrivere l’intelligenza artificiale“… Ed eccoci qui.

Poi mi sono lanciato, e ho interpellato il sempre presente ChatGPT, ponendogli la monolitica domanda:

I famosi prompt di cui ora potete trovare una pluralità piuttosto curiosa di corsi

Ve lo copio/incollo di seguito:

“L’Intelligenza Artificiale (IA) è un campo in continua evoluzione che sta rivoluzionando il modo in cui interagiamo con la tecnologia. Ma cosa significa davvero “intelligenza artificiale”? In questo articolo, esploreremo i concetti fondamentali dietro l’IA e cercheremo di gettare luce su un argomento che spesso può sembrare complesso e astratto.

Definizione di Intelligenza Artificiale

In termini semplici, l’Intelligenza Artificiale si riferisce alla creazione di sistemi informatici in grado di eseguire compiti che normalmente richiedono l’intelligenza umana. Questi compiti includono il riconoscimento di immagini, il linguaggio naturale, la risoluzione di problemi complessi e molto altro. L’obiettivo è sviluppare macchine in grado di apprendere da esperienze passate e adattarsi a nuove situazioni, aprendo così le porte a una vasta gamma di applicazioni.

Tipi di Intelligenza Artificiale

Esistono due tipi principali di IA: l’IA debole e l’IA forte. L’IA debole è progettata per svolgere compiti specifici senza consapevolezza o comprensione del contesto più ampio. D’altra parte, l’IA forte è in grado di comprendere il contesto, apprendere da esso e adattarsi autonomamente.

Apprendimento Automatico e Reti Neurali

Gran parte dell’IA si basa sull’apprendimento automatico (Machine Learning), un processo attraverso il quale i computer possono migliorare le loro prestazioni senza essere esplicitamente programmati. Le reti neurali, ispirate dal funzionamento del cervello umano, sono spesso utilizzate nell’apprendimento automatico per consentire alle macchine di riconoscere schemi complessi e fare previsioni.

Applicazioni Pratiche dell’IA

L’IA ha una vasta gamma di applicazioni pratiche, tra cui assistenti virtuali, automazione industriale, veicoli autonomi, diagnosi medica avanzata e molto altro. La sua presenza è sempre più evidente nella nostra vita quotidiana, migliorando l’efficienza e apportando innovazioni in settori chiave.

Considerazioni Etiche e Sociali

Con i benefici dell’IA emergono anche sfide etiche e sociali. Dibattiti su privacy, sicurezza, impatto sull’occupazione e bias algoritmico sono solo alcune delle questioni importanti che la società deve affrontare mentre l’IA continua a crescere.

In conclusione, capire l’Intelligenza Artificiale è cruciale per partecipare attivamente a una conversazione sempre più rilevante nel mondo tecnologico. Questo articolo è solo un punto di partenza, ma spero che ti abbia fornito una panoramica chiara di cosa significhi realmente l’IA e come sta cambiando il nostro mondo.

Per ulteriori approfondimenti su questo argomento affascinante, continua a seguire [Il tuo nome] su [francescogavatorta.com]!”.

Bello. Liscio, didascalico, come piace alla maggioranza delle persone che pensano che grazie a questa grandissima innovazione il mondo migliorerà grazie in particolare all’accelerazione dei processi produttivi e dell’estinzione di alcune figure professionali.

Ho lasciato anche le parole in parentesi quadra perché mi facevano capire come ChatGPT abbia provato a fare il blogger (o la blogger, a seconda del sesso che vogliamo attribuirgli o attribuirle).

Ricordo a questo proposito il dialogo con una persona piuttosto importante che lavora nel campo del digital, che parlando dell’AI mi disse “So che tu non sarai d’accordo” mentre mi spiegava come -a suo parere- l’AI avrebbe potuto accelerare e potenziare l’attività di produzione di contenuti testuali per un blog corporate.

Diceva così perché sa che il mio approccio alla cosa è da umanista, o forse perché sospettava che io avessi un qualche genere di timore nei confronti dell’AI per la mia professione (spoiler: no, non ne ho).

Ecco, la cosa curiosa è che io di quella chiacchierata ricordo, fra le altre cose, un senso di smarrimento: non tanto per quella frase buttata lì che mi faceva sentire tremendamente fuori dal mondo e vecchio dentro, ma perché mi rendevo conto di non aver la capacità di spiegare quanto fosse riduttivo trattare il tema come una tabella di Excel.

Eppure, di argomenti validi per smontare la teoria secondo cui con ChatGPT potrai scrivere tutti i testi di cui una qualsiasi azienda avrebbe bisogno ne avevo un sacco.

Nonostante ciò, non sapevo da dove cominciare.

Voi capite che per me, o almeno, per ciò che mi piace pensare di essere, il non trovare un modo per esplicitare ciò che penso è un problema.

Allora, tempo fa, ho cominciato a ragionarci.

Una roba che è successa a settembre

C’è una cosa che mi ha molto colpito durante l’incontro cui ho partecipato nell’ambito di Raccolti Festival lo scorso settembre.

Và che bellini che siamo.

Francesca Lagioia, che è una di quelle persone che di Intelligenza Artificiale “ne sa” e che più mi è sembrata preparata sull’argomento fra tutte quelle che ho conosciuto, per spiegare come funziona oggi e quando si sarebbe potuta raggiungere la Singolarità, disse che oggi l’Intelligenza Artificiale guarda solo alle nostre spalle.

Questo è piuttosto chiaro a chi si approccia al tema cercando di definire non tanto i vantaggi economici dell’accelerare la sostituzione uomo-macchina, quanto il come funziona la questione.

È ormai chiaro a tutti che i sistemi di Intelligenza Artificiale funzionino grazie all’apprendimento che si basa su ciò che trovano online, ergo procedono nel rimescolare, cercando di migliorarsi, ciò che riescono a reperire.

Questo non è necessariamente un tema che fa divergere il concetto di apprendimento e quello di “intelligenza”.

Di fatto la macchina sa scrivere un post su sé stessa. Lo fa in un linguaggio specifico, peraltro corretto.

Lo fa imitando un tone of voice che, mescolandosi, diventa una roba propria.

Imita anche certi trigger d’uso comune.

Fa insomma fa ciò che fa l’essere umano, in maniera più veloce.

C’è però una differenza. Rimane vincolata a un set di dati che è, come ha detto Francesca in quel magnifico pomeriggio, ancorato al passato.

Enorme, complesso, in grado di dare risposte praticamente su tutto: ma, appunto, finito anche a livello temporale.

Mentre io scrivo, invece, sto già pensando a cosa succederà dopo. Non solo in termini di dati, funzioni, effetti.

Sto immaginando qualcosa che va oltre ciò che sta scrivendo.

Sto mettendo l’esperienza passata in un contesto di elaborazione che innesta una reazione, e non è il risultato, cioè questo post.

È più una messa a fuoco di cosa il risultato del ragionamento che mi porta a scrivere questo post potrà poi indurmi a fare dopo che l’avrò scritto.

In pratica, ciò che mi aiuterà a capire nel senso delle cose il fatto di averlo scritto.

E questa, mi pare, è una differenza fondamentale.

(a proposito, grazie Francesca per avermi fatto mettere a fuoco, come fosse un moto a luogo, un aspetto che mi ha ulteriormente fatto ragionare su questa roba).

Dobbiamo cambiare come concepiamo l’Intelligenza Artificiale

Ora racconto un’altra roba.

Ho provato a usare l’AI per un progetto cui sto lavorando. Mi sono reso conto che la usavo come un motore di ricerca. Non mi serviva che mi scrivesse le cose, bensì che mi aiutasse a mettere in fila le informazioni.

Allora ho cominciato a indagare. C’è un mio conoscente che la usa un botto, si fa scrivere i testi. Un’altra invece, la usa come editor per farsi trovare gli errori, per sintetizzare i testi e per farseli mettere con un tone of voice definito. In pratica, la sta usando come un copy. Un altro ancora ci sta creando tutte le immagini di un sito che gestisce.

Contesti diversi, business diversi. Mansioni diverse, utilizzi diversi.

Il punto è che se allarghi il campo e guardi il campo largo della questione, vedi che questa necessità di accelerare.

Farsi scrivere i testi, ad esempio, prevede che si sia deciso a monte che tipo di TOV deve avere, così come le immagini. Se non lo fai, accelerazione porterà solo incongruenza (e infatti le persone succitate mi raccontano poi di aver bisogno di far ordine, perché è tutto frammentato).

Almeno nelle attività creative, trovo infatti che senza un evidente intervento umano di tipo concettuale, l’impiego dell’AI a oggi contribuisca solo a creare contenuti disarmonici fra loro o, comunque, non in grado di generare un senso di armonia con l’esistente.

E sto parlando di un aspetto puntuale, pratico ma delimitato a una sola attività.

Nel caso specifico, è il tentativo di dare voce a un brand, ma sono certo si potrebbe estendere il ragionamento anche ad altro.

Quindi: noi ne parliamo come “intelligenza”, quando mi pare sia ancora una sorta di tool.

Uno strumento che non ha ancora quel quid in più che rende veramente una creatura intelligente.

E questo lo capisco proprio perché entrando in un’analisi più strettamente (prendo a prestito il termine) ermeneutica, oggi quello con cui interagiamo è più un facilitatore per identificare un senso, non per attribuirlo.

Questo aspetto è centrale nel modo che abbiamo di raccontare la cosa.

Stiamo indicando come riuscito il tentativo di imitare, simulare, il nostro modo di raccogliere informazioni e processarle, quando in esso rimane vincolante la capacità di discernimento dell’individuo, il suo sguardo unico, e la capacità di immaginare modi per rendere quello che viene creato concretamente unico.

Non so se sia corretto dal punto di vista estetico e filosofico, ma l’unico richiamo che mi pare logico è con le riflessioni fatte da Walter Benjamin e Theodor Adorno a proposito del concetto di “aura” nell’arte e di evoluzione nell’epoca della riproducibilità tecnica (su cui, ricorderete, c’è un saggio piuttosto noto).

Leggo (e riporto) dal paper a cura di Giuseppe Di Giacomo reperibile su OpenEdition Journals:

“Benjamin insiste sul fatto che l’opera d’arte, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, rivoluziona la forma stessa della percezione: il problema, infatti, non sta tanto nella riproducibilità come tale delle opere d’arte, ma piuttosto nel mutato rapporto tra immagine e percezione, e questo perché, con la sostituzione del principio di riproducibilità alla tradizionale dialettica tra originale e copia, a essere sconvolto non è soltanto il terreno dell’arte.

Così, quella che Benjamin propone non è tanto una nuova filosofia dell’arte, quanto una diagnosi sulla trasformazione subita da ciò che siamo soliti chiamare “arte”, nell’epoca in cui appunto si afferma il principio della riproducibilità tecnica.

In questa prospettiva, divenendo altro rispetto alla tradizionale concezione dell’arte di tipo idealistico, l’opera perde quell’unicità e irripetibilità che Benjamin identifica proprio con l’aura.

Nel momento infatti in cui l’immagine diviene, nel suo stesso nascere, riproducibile, a essere destinato a mutare è il rapporto tra immagine e scrittura, in quanto rapporto tra l’irripetibile originalità dell’immagine e la ripetibilità che invece caratterizza il segno: il risultato è che ci ritroviamo immersi in un nuovo mondo percettivo.

In questo modo, Benjamin ha colto il carattere nascosto dell’arte attuale, proprio muovendo dagli sconvolgimenti delle modalità percettive indotti dai dispositivi di riproducibilità tecnica.”

A me pare che tale concetto possa essere avvicinato al manufatto concettuale proposto dall’essere umano in contrapposizione all’AI (per convenzione la continuerò a chiamare così, anche se boh, è corretto?).

Ciò che l’uomo crea si contraddistingue per una scintilla di pensiero che è in qualche modo unica, perché frutto di una relazione con il dato che è unica nella capacità di lettura.

Detta in altri termini: la trasposizione esperienziale in contenuto -qualsiasi forma esso abbia- assume l’unicità espressiva e percettiva che solo l’opera d’arte ha la capacità di catalizzare.

Questo avviene in un mondo dove la “riproducibilità concettuale”, e non più solo tecnica, è replicata dal surrogato che si propone di essere il tool AI.

L’uomo è in grado di realizzare formule espressive multimediali, grazie alle tecnologie digitali, che rimangono in ogni caso vincolate a una genesi esperienziale individuale e per questa non replicabile.

L’AI, in quanto simulacro algoritmico che imita la valorizzazione dell’esperienza (che è all 100% incardinata attorno a un set di dati) è nativamente replicabile: basta replicare lo stesso algoritmo di base, la stessa sequenza di bit, per ottenere lo stesso meccanismo di generazione.

Due AI generate con lo stesso codice possono produrre un risultato diverso. Ma di base lavoreranno seguendo lo stesso processo, ispirato da un sistema tecnologicamente identico.

Due individui, pur in possesso dello stesso organismo e degli stessi organi, non seguiranno mai lo stesso processo, perché non esiste processo di creazione uguale nell’essere umano. Ogni individuo crea a modo suo, perché a modo suo immagina.

Questa unicità contriddistingue l’Homo Narrans, che come scrive Piero Formica si muove secondo logiche intuitive che lo fanno apparire in un movimento continuo, ma armonioso con il mondo.

“Il metodo scientifico baconiano richiede di raggiungere la sacra riva della realtà stando sulla barca stabile dei dati.

Ma, andando alla ricerca di dati, la barca è costantemente costretta a rallentare e a cambiare direzione. Amare i dati è amare poligamicamente: essere affezionati a molte cose e idee soggette a venti contraddittori e mutevoli […]

Ammettendo che le storie sono fondamentali per il progresso scientifico ed economico, avremo una visione più chiara degli eventi dirompenti che si sono impadroniti della nostra società?

Uno scienziato potrebbe insistere sul fatto che il modo migliore per rispondere è quello di accumulare più dati possibile.

Ma senza una narrazione che dia un senso ai dati, questa ricerca ossessiva e febbrile non si concluderà con una massa di numeri e cifre schiaccianti e non digeribili? “.

La “bussola” diventa la capacità di raccontare, che non si traduce solo in un gesto autoriale come quello che si verifica nello sviluppo di una testualità narrativa (di qualsiasi genere essa sia) quanto piuttosto nei meccanismi che permettono di costruire strutture di senso atte a comprendere il mondo.

Queste strutture diventano la piattaforma su cui sviluppiamo ciò che creiamo.

Queste non sono (e non possono essere) nativamente parte dell’AI: a essa si possono associare le codifiche che nei secoli l’umanità è riuscita a darsi per spiegarne il funzionamento.

Dalle regole semiotiche ai modelli di narrazione transmediale, tutto ciò che oggi impieghiamo per “creare narrazioni” non è infatti altro che un esercizio stilistico per dare forma a un qualcosa che esiste in natura e che ogni individuo è in grado di maneggiare, se adeguatamente addestrato

All’AI possiamo innestarle come un dato, oppure possiamo permettere di impararle studiandole grazie all’esplorazione del set di dati di cui dispone.

Non sarà però mai in grado (al momento) di possederle in forma innata.

Potremo chiamare “Aura Narrativa” questa forma esistenziale che differenzia intelligenza umana da intelligenza artificiale, e su cui dovremo basare anche un certo modo di interpretare ciò che è il risultato di un’azione compiuta da un’AI.

“Crea un’immagine per descrivere l’AI”: ci ho riprovato con questo tool gratis.

I danni di un racconto semplificato

Chi mi conosce sa di quanto mi batta per rifiutare sdegnosamente l’assimilazione a sinonimo di narrazione con narrativa.

Fenomeno limitato al nostro Paese, questo corto circuito linguistico sta generando una serie di problemi a mio avviso basilari nel modo di capire l’esistente che non possiamo sottovalutare.

Non mi soffermerò a ripetere tutta la manfrina (basta semplicemente cliccare sulle definizioni che ho linkato su per capire quanto il neologismo sia completamente traviante) ma quando cominciamo a parlare di “intelligenza” dovremo riflettere.

Se infatti cominciamo a derogare ad alcune attività, affidandoci a uno strumento che reputiamo “intelligente” ma che al di là dei limiti tecnici (su cui si può lavorare) non offre i medesimi connotati con cui abbiamo imparato a confrontarci in tutto l’arco della storia dell’umanità, allora si può creare un problema.

Un problema serio, di disciplina della materia intanto, ma anche di comprensione.

Ripenso a quella persona che impiega ChatGPT per sintetizzare i testi.

Certo, si va più veloce: ma lasciarlo fare a “un’Intelligenza” (seppur alternativa) è diverso da farlo fare a “un’app”.

Significa derogare alla singola capacità di definire il contesto e capire dove poter intervenire per tagliare, ridurre, ridimensionare.

Un testo scritto infatti non è solo un testo scritto: è un significante.

Cerca di trasferire un significato.

Se io lascio che uno strumento che non sa (ancora) essere intelligente al pari dell’uomo, che non ha nelle sue corde quell’Aura Narrativa che rende unico e autentico il pensiero, il timone del ridefinire i contorni del mio significante, in primis sto derogando alla mia capacità di perimetrare il significato, dargli peso, se vogliamo incastonarlo nel reale.

Non è questa però la cosa più pericolosa.

Ciò che rende tutto più rischioso è infatti la possibilità che lasciandomi sostituire, non avrò più lo spazio per sfruttare l’Aura Narrativa a mio favore.

Non interiorizzerò autenticamente l’esperienza, generando immaginario dal mio manufatto concettuale.

Ecco allora che diventa rischioso chiamare con parole ancora troppo acerbe un fenomeno che, è il caso di dirlo, corre veloce e ancora non ha realmente tratteggiato le sue specificità.

Non sappiamo veramente che quella sia simulata nel metaverso sia un’esperienza (ne parlo diffusamente nel mio ultimo libro), così come non possiamo dire con certezza che ciò con cui interagiamo attraverso un’interfaccia digitale sia un’intelligenza.

Continuandola a chiamare così, continuando a parlarne come un’essenza che parifica l’uomo (e può sostituirlo progressivamente) rischia anche di non farci comprendere fino in fondo la portata storica che ha questa evoluzione tecnologica.

Rischiamo di trovarci surrogati da qualcosa che credevamo fosse in grado di essere ciò che non è, prima del tempo.

Senza saper poi capire quando, effettivamente, quell’ultimo confine sarà sorpassato e il tema non sarà più di “Aura narrativa”, ma di confronto con la prima forma di vita uguale a noi, ma diversa da noi, con cui dovremo confrontarci.


Lo sai che oggi faccio anche il Consulente di #BrandRegenerationContattami per parlarne 🙂

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