C’è una roba che mi ha colpito molto del caso Sangiuliano – Boccia.
Non se ne sta parlando più di tanto, forse solo Selvaggia Lucarelli facendo un fact checking ha avuto modo di rivelarlo di striscio.
È il mix di linguaggi che si stanno sovrapponendo e che creano un cortocircuito evidente.
Ancora una volta, i social media dimostrano di aver intaccato il modello espressivo dell’umanità e in particolare della sua componente occidentale.
“Un’influencer” a Montecitorio
Sui fatti non starò troppo a soffermarmi perché sono noti: il rapporto poco limpido fra un ministro e una “consulente”, i viaggi e l’accesso a documenti secretati, la Presidenza del Consiglio in difficoltà, le opposizioni all’attacco, l’intervista al TG1 con tanto di rivelazione.
Sono tutte cose che trovate ampiamente ben raccontate su tutti i giornali.
Ecco, qui invece voglio soffermarmi sul dialogo fra sordi che si sta configurando e che sembra essere scontato… anche se non lo è.
Pensiamo alla meccanica.
Ci sono due binari comunicativi, con due registri diversi e anche due sensazioni diverse.
Da un lato c’è la politica, con i comunicati stampa e le comparsate in TV.
C’è Sangiuliano che fa la lettera a La Stampa e la Meloni che lascia uscire qualche indiscrezione tramite i soliti retroscenisti.
C’è ovviamente l’intervista esclusiva di cui sopra, una roba che fa saltare dalla sedia tanto può suonare fuori luogo.
Siamo di fronte al ‘900 e alla sua comunicazione istituzionale fatta di veline e old media, di botte e risposta, di smentite e di indagini giornalistiche.
C’è poi Maria Rosaria Boccia, che risponde solo attraverso il suo canale IG. Non entrerò nel merito della sua biografia e di un percorso che non si capisce bene come sia potuta arrivare a un ministero.
Mi voglio concentrare sul come stia parlando.



Queste alcune delle stories pubblicate ieri, ad esempio.
Allusioni, puntini di sospensione, repost con hashtag incorporato a sostegno della causa da (presumo) amico personale, gli immancabili popcorn.
Una specie di love story adolescenziale, elevato a caso di stato.
Maria Rosaria Boccia è appellata come “Influencer”
In primis: lo è? A me sembra di no.
Eppure, nonostante non sembri rientrare nel canonico perimetro di figure che sviluppano community attraverso la content creation, la stampa non ha fatto di meglio che definirla così.
D’altronde, la Boccia parla con lo stile di chi “lavora sui social”: selfie patinati, foto al mare mentre ci si tuffa, cibo.
Non importa che sia vero o falso (il lavoro della Lucarelli è esemplificativo): è qualcosa che possiamo vedere sugli account delle modelle o dei tronisti.
Certo, anche la sfera professionale è raccontata.
Ci sono i video dedicati a Montecitorio, alle sue conferenze stampa nelle stanze del potere, i reel che riprendono i servizi giornalistici dedicati a lei dai TG.
Sono contenuti che potresti trovare, decontestualizzati, sul profilo di una persona che lavora nel lifestyle o nell’arredamento.
Non c’è un reale modello comunicativo, un registro: c’è un tono di voce mutuato e uguale a tanti altri, fatto di tappeti musicali ad alto tasso emozionale e filtri ben applicati.
Anche a livello tecnologico, come è stato fatto notare da tutti gli organi di stampa, si arriva a pubblicare dei video fatti con gli smart glass (a proposito, li ho testati anche io, se vi interessa) che fanno l’effetto della razza aliena che atterra su un pianeta abitato solo da animali non civilizzati.
In questo contesto la Boccia risponde al ministero, addirittura alla Presidente del Consiglio (taggandola!).
Lo fa come lo farebbe un utente che racconta la sua vita su un diario, con allusioni e foto ammiccanti di spalle, con stories che riportano i documenti in suo possesso e gli screenshot dello smartphone con le chat da cui è stata rimossa.
Parla rispondendo in maniera trasversale come parlerebbe una giovane che ha litigato con la sua compagnia di amiche, e la cosa paradossale che questo registro viene elevato a posizione ufficiale.
Tutto elevato al livello di una nota stampa.
Certo, ormai una pagina social ha la stessa dignità di un comunicato, un po’ come la PEC è equivalente a una raccomandata con ricevuta di ritorno.
Qui però abbiamo un registro che sarebbe considerato -per usare un eufemismo- fuori luogo, non credibile, inadatto.
Sarebbe, perché appunto giornalisticamente la notizia si sviluppa lì: si deve riportare ciò che dice una parte in causa della storia.
Il tema è quanto ciò che è stato per anni considerato non consono, è diventato consono nei fatti: non più un metro per giudicare, quanto un dato di fatto da accettare… e su cui uniformarsi.
Parlare attraverso Instagram
Scomponendo la notizia, siamo di fronte a un caso di malcostume che è sfuggito di mano.
Un ministro costretto dai fatti a dichiarare a mezzo stampa che ha avuto una relazione con una persona che voleva inserire nel suo staff.
Non c’è nulla di nuovo, in fondo.
Quello che di nuovo c’è è che la crasi fra i due mondi abbia generato un sistema dove linguaggi e approcci si mescolano, evidenziando come le istituzioni non siano preparate, in primis, a gestire i nuovi modelli comunicativi.
Io però, da cittadino, voglio pormi delle domande.
Come è stato possibile che una figura come la Boccia abbia potuto trasformare un’attività istituzionale in uno show personale?
E come è possibile che non sia normato l’utilizzo dei social per chi in qualche modo (qualsiasi modo) è coinvolto in attività di governo?
Perché il parlamento non regolamenta con una policy stringente l’uso di questi strumenti a chi lavora per le istituzioni?
Domande basiche a cui, come elettore, mi piacerebbe veder rispondere.
Sarebbe un passo avanti straordinario, che metterebbe un freno anche all’ipertrofica presenza social di figure molto più in vista (sì, ad esempio quelle come la sua) che a cascata incentivano linguaggi e modelli comportamentali profondamente sbagliati.
Pensavo che dopo il caso Bunga Bunga in questo paese si fosse visto tutto.
Forse era solo un gustoso prequel.




