La prima volta che ho parlato di Humanist è stato nel 2020.
L’avevo raccontato anche qui, sul mio blog, che allora era una casa giovane e più incasinata di quanto sia oggi.
Era tutto sorto dall’esigenza di incontrare persone, ma non dal punto di vista fisico -come si potrebbe intuire, visto il periodo- quanto dal punto di vista mentale.
Cercavo persone affini a me.
Nelle idee e negli obiettivi, sentivo che c’era voglia di sviluppare progetti che avessero un peso specifico, intanto per me.
Come racconto nel post, cominciai a indagare chi e cosa.
Saltò fuori Pionieri con Jepis, e una serie di esperimenti visivi fatti con Gav0.
Poi, più niente. Fino a quando…
“Facciamolo”
Fino a quando ci siamo messi a parlare con Massimo Benedetti.
Lui cercava come me qualcosa da fare, da sentire proprio, per smuovere le acque.
Ne abbiamo parlato, ci siamo allargati, abbiamo coinvolto altre persone che hanno scelto altre strade.
Ci siamo sentiti un po’ smarriti ma anche decisi, nel percorso che ci doveva condurre al “fare qualcosa”.
Poi, una sera, gli ho detto che io avevo questo materiale.
Un’identity, un nome, una serie di mockup.
La fissa di fare una roba da leggere, ascoltare, prendere e usare quando ne hai bisogno.
L’idea di unire persone che facessero cose, assieme.
La voglia di lasciare una traccia scritta.
Gli presentai Humanist come si presenta l’idea di cambiare il mondo se sei Gino Paoli.
Non volevamo però che finisse uguale.
Che uno si alzasse e se ne andasse e finisse lì, il gioco.
Anche se il mondo non avremmo potuto cambiarlo, volevamo darci l’idea di fare qualcosa che potesse dare un seguito.
E allora è andata così.
“Facciamolo”.
Humanist è nato così.
Solo una rivista. Però, da zero.
Ora se vai su Humanist.life trovi un sito.
Ci scrivono diverse persone, altre ne arriveranno.
C’è anche un fotografo che ci collabora, pensa. Io che avevo paura di non aver abbastanza immagini per riempirlo.
Ci abbiamo lavorato un anno, con fatica. Ci siamo confrontati con i dubbi: “Investiamo? Non investiamo? Quanto? Chi chiamiamo? Che regole ci diamo?” etc etc.
E l’abbiamo fatto, con un anno di lavoro.
Non avevo mai lanciato nulla nella vita da zero. MI sono trovato a fare progetti sempre in un sistema organizzato.
E anche se potevano essere “di successo”, c’era sempre il dubbio che potessi riuscire a fare una roba da zero.
Ora quella roba c’è.
È piccola, fragile.
Ci scriviamo da poco.
Ha pochi contatti, per ora.
I soldi per mandarlo avanti ci sono (pochi, ma ci sono): fra un anno, magari, ci saranno per pagare chi collabora (e che, per ora, per passione ha spontaneamente detto di volerlo fare gratis).
Idee, invece, ce ne sono tante.
È solo una rivista, ma è nostra.
Siamo come piccoli soldati Jocker in marcia, fra le fiamme di una quotidianità che è fatta di storie che non vogliamo sentire, di sogni spenti e anche di aspettative disilluse.
Andiamo avanti cantando e infischiandocene del fatto che potremo fallire (magari qualcuno ci spera pure).
Lo stiamo facendo, e solo questo importa.
Ora che è nato, è tutto in mano nostra. E we are not afraid.
Humanist.life è online, e vi aspettiamo lì.
Sarà un piacere accogliervi nella nostra nuova casa.
Ultima avvertenza
Chiaramente, alcune cose che avrei scritto qui, da oggi finiranno là.
È già successo con la mia campale battaglia sulla dicotonomia narrazione/narrativa.
Qui, sul mio blog, verranno pubblicati pensieri e riflessioni che riguarderanno espressamente me.
Chiaramente, siete tutti invitati e invitate a continuare a scrivermi lo stesso per i motivi che preferite (consulenze, docenze o interventi vari).
E come al solito, grazie per il tempo che mi dedicherete.




