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Fare a meno di Facebook

Uscire da Facebook per un professionista del digitale? Si può. L'ho fatto oggi, e qui parlo del perché e di cosa mi aspetto da questa scelta.
Pubblicato il 5 Febbraio 2022

Alle ore 15:53 circa di sabato 4 febbraio 2022, dopo 13 anni e qualche mese di onorato servizio, il mio account Facebook si è preso una pausa.

Mentre pigiavo il “Disattiva” (per ora fissato a un numero limitato di giorni, poi chissà), ragionavo che saranno stati almeno tre anni che ci pensavo.


Poi, vuoi per l’abitudine ad entrarci, vuoi perché serve per lavoro, vuoi perché ci gestisco una pagina, vuoi perché ci leggo quel giornalista che mi piace, lo tenevo lì e non lo facevo.
E ogni mattina, che ci fosse il sole o piovesse, che avessi voglia oppure no, ci entravo.

(mentre facevo tutta l’operazione su Spotify ascoltavo questo)

Uscire da Facebook

Stamattina mi sono svegliato e mi sono reso conto che su Facebook ci ho attraversato tre decenni e da almeno sei d’anni non mi dava più niente.

L’ultima reale utilità l’ha avuta il giorno in cui mi sono sposato, poi da allora è stata una vetrina promozionale di alcune cose che mi sono capitate (libri, docenze, cose così), e poco più che uno spazio di ritrovo per dire che era stato pubblicato qualcosa di mio.

Soprattutto, Facebook aveva segnato il mio modo di pensare.

Sono stato, con mio somma consapevolezza, un precursore in Italia (e come me, molti altri) dei social media. Ho cominciato a fare il social media manager alla Scuola Holden quando era una professione che credo in tutto il Paese praticassimo in poche centinaia di giovanotti e giovanotte.

E Facebook stava là, in mezzo al magma di relazioni, ad aiutarmi a gestire team di lavoro o a farmi scoprire persone, ma in maniera sottile, a orientarmi nel modo di pensare.

Con l’abitudine a interagire attraverso i suoi tool ha fatto strada in me il peso del voyeurismo.

Dell’idea che se volessi guardare qualcosa di qualcuno, ci fosse sempre quest’amico cibernetico a darmi una soluzione per saperne di più, una finestra sul mondo ma anche e soprattutto specchio riflesso di comportamenti e idee che riguardavano me.

Ciò che cercavo io, presumo, altri lo avrebbero fatto su di me.

E questa cosa, ormai, non la potevo sostenere.

Non mi ero mai reso conto di quanto potesse essere invasiva l’idea di stare su uno spazio che è fatto apposta per mostrare chi sei.

Dal 2013 avevo smesso di scrivere compulsivamente lì sopra, per scelta, decidendo di sfruttare quel veicolo per comunicare solo e solamente quando ci fosse qualcosa che valesse la pena dire (e solo in determinate circostanze).

Queste occasioni però si erano progressivamente ridotte, fino a che non ho veramente capito che, in fondo, era solo l’ansia a portarmi a voler stare in un posto di fronte a 1619 persone, di cui alcune dichiaramente ostili nei miei riguardi, per dire ciò che pensassi.

Così, complice anche il fatto che fondamentalmente non mi diverte neanche più così tanto, lo starci, l’ho disattivato.

Confesso di aver avuto quasi paura, nel farlo.

E tutti i contatti? E tutte le cose che leggevo? E se qualcuno mi dovesse cercare?

Keep calm Frank, mi son detto.

Ciò che non manca, oggi, è un modo per completare i sei gradi di separazione.

Per tutta la sfera professionale c’è già uno spazio adatto dove stare: è LinkedIn. Un posto che negli ultimi anni mi ha dato tantissimo.

Se voglio divertirmi ormai vado su Twitter, e mi basta e avanza.

Se avrò qualcosa da dire? Alla peggio userò di più questo spazio.

Però, e questo spero di cominciare a respirarlo da subito, non saprò che c’è là ad aspettarmi una finestra che distorce la realtà. Che metrifica e rende show le vite degli altri, cosa cui mi ero abituato e che negli ultimi anni mi ha solo e solamente disturbato.

Una roba che ha letteralmente invaso le menti delle persone e che è sfuggito al controllo anche di chi, come me, credeva di poterlo controllare: e non è un caso se, a ruota di Facebook, il primo che probabilmente seguirà lo stesso destino sarà Instagram, con cui ho già ora un rapporto di indifferenza sostanziale.

Probabilmente se dovessi scrivere una ristampa della ristampa di Personal Storytelling, metterei un capitolo dedicato alle narrazioni del Sè tossiche, e di come queste hanno contaminato la sensazione di ognuno di poter entrare ovunque.

Attenzione: io non credo che Facebook sia tossico. Credo semplicemente che il suo tempo per come l’abbiamo vissuto, io e quello sporco migliaio di early adopter che nel 2008 cominciarono a farlo diventare un lavoro, sia finito.

Oggi il gruppo che lo detiene si chiama Meta, e l’unica cosa che si porta dietro è il concetto di Connessione (che è diverso da Condivisione, occhio). Ne parlerò, altrove.

Però son convinto: ciò che ha reso Facebook quello che è oggi, semplicemente ho l’intima convinzione che sia definitivamente fuori dal tempo.

Là fuori il Web sta cambiando, e velocemente.

Uscirne prima che diventasse un posto troppo brutto dove stare mi sarebbe spiaciuto.

Grazie per questi 13 anni assieme, Facebook: per me però è tempo di migrare altrove.


Lo sai che oggi faccio anche il Consulente di #BrandRegeneration? Contattami per parlarne 🙂

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