CHI SONO

BLOG

CONTATTI

Il conflitto come opportunità: per una nuova civiltà

Sono affascinato dall'idea che oggi il segreto per il superamento di alcune crisi stia nella civiltà, nel senso più puro del termine.
Pubblicato il 3 Marzo 2024

Oggi ho scritto un thread su X su un dubbio che mi attanaglia.

Non so voi, ma da due anni ormai guardo ossessivamente il sito del mio quotidiano di riferimento alla ricerca di notizie positive dallo scenario geopolitico.

Forse sarà la mia fiducia incondizionata nel nostro saper trovare una via anche nelle crisi peggiori, però ecco: no, non sembra esserci. Ma se l’umanità non riesce a dare una forma alla propria voglia di sopravvivere, e anzi preferisce andare a cercarsi nuovi, creativi modi per autodistruggersi, ecco: come si può sperare?

Eppure io no, non voglio arrendermi all’idea che una nuova civiltà possa esser costruita.

Possa nascere dalla voglia dell’essere umano di trovare una strada che possa portare beneficio.

Quindi mi pongo la domanda, e rifletto.

Una civiltà su nuovi presupposti

Rinnovo l’interrogativo.

Se la risposta al 7 ottobre in Israele fosse stato il perdono, cosa sarebbe successo secondo voi?

Se il governo israeliano avesse scelto, contro ogni pronostico, di rispondere alla violenza con l’amore, cosa sarebbe successo?

Quale sarebbe stata la reazione di Hamas, del mondo musulmano e in generale di tutti i Paesi, se a una mattanza come quella vista quel sabato si fosse risposto con il tentativo di rimediare in primis ai propri errori?

Nel thread ho parlato di coloni e Cisgiordania, un nervo scoperto: ma quanti modi avrebbe avuto Israele per mostrare misericordia?

È difficile dirlo.

Di base immagino che si sarebbe potuto leggere un gesto simile come un segnale di debolezza. Una concessione che avrebbe potuto esser interpretata come il via libera per nuove violenze?

In molti mi potrebbero dire di sì.

Ma voglio credere che su sei miliardi di persone, in tanti si sarebbero interrogati. Avrebbero apprezzato lo sforzo, capito che il senso di quel gesto non era dato dall’incapacità di rispondere, quanto nel voler guardare avanti.

Si sarebbe innescato, a mio modesto avviso, un sistema che avrebbe portato a cascata a sviluppare un nuovo equilibrio, più stabile, più bilanciato, più giusto.

Questo perché in ogni storia il conflitto non è fine ultimo, ma lo strumento che ci si dà per raggiungere una nuova stabilità.

Il problema della modernità, nelle relazioni individuali come quelle fra nazioni, sta nell’aver sviluppato un concetto di conflitto che è irrorato di irresponsabilità. Sembra che la conflittualità non sia un mezzo per risolvere le controversie da sfruttare per crescere, quanto per alimentare un sistema tribale di sopraffazione.

Nel ventunesimo secolo, però, la civiltà non può prescindere dall’essere in grado di evolvere.

E quale migliore opportunità può essere il mediare in una controversia?

Ecco allora che ribaltare il paradigma del conflitto in un’opportunità per elevarsi, basandosi su valori universali e indiscutibili, può diventare la chiave per un futuro più equo e giusto per tutti gli abitanti della Terra.

Come fare, però?

Il conflitto è una chance?

Non ho risposte, perché la geopolitica è argomento francamente enorme e posso capire che relazionarsi ad altissimo livello attivi delle meccaniche che io, semplice cittadino, posso capire fino a un certo punto.

Ciò non toglie che un gesto come quello che ipotizzavo poco su, nel mio thread, mi sembra essere quanto di più disorientante e disarmante (nel vero senso della parola) si potesse compiere.

Detto ciò, rifletto.

Ogni conflitto può essere un’opportunità se virato su basi civili.

Perché oggi più che mai non riusciamo a toglierci dai limiti di un conflitto che si propaga e si risolve in un’acutizzarsi delle violenze?

I fattori sono tanti, anche se forse si potrebbe cominciare a ragionare su un semplice punto.

Il conflitto può essere superato partendo dal fatto che l’approdo finale, qualunque sia la forma che assume, è un nuovo equilibrio.

Lo prevedono le regole della narrazione, che sono i sistemi con cui costruiamo senso: quindi, è il modo che abbiamo per edificare la nostra realtà.

Secondo questa lettura, intuibile per certi versi, allora acquisisce nuovo senso a tutti i livelli (organizzativi e individuali) il vivere la conflittualità.

Il problema è che oggi questo stato di necessità non si traduce in un vero, pacifico ritorno all’equilibrio. Semmai, rimane uno stato che congela il punto di partenza, dove il conflitto ha visto prevalere una figura invece che un’altra, e il punto d’arrivo è quello da cui si è cominciato.

Sostanzialmente, troppo spesso la genesi di un conflitto comporta una meccanica circolare e non lineare.

Un po’ come passare da una struttura in tre atti a un modello SOSTAC, dove però l’execution non comporta un risultato tangibile.

E quindi?

Non ho risposte, se non che oggi più che mai bisogna tornare alle radici della conflittualità.

Riuscire a guardare -mi ripeto- il conflitto come un’opportunità e non un’occasione di prevaricazione.

La capacità delle storie di contenere il conflitto in uno spazio delimitato -soprattutto nella narrativa, che risponde a criteri di arbitrarietà evidenti, essendoci un autore- è emblematica, ed è lì che dobbiamo guardare per educarci alla pacificazione.

Ci riusciremo? Boh.

Nel mentre continuo a leggere, preoccupato e speranzoso, il giornale.



Lo sai che oggi faccio anche il Consulente di #BrandRegenerationContattami per parlarne 
🙂

LEGGI ANCHE

Pin It on Pinterest