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Il sintetico fascino di Brain.fm

Ho scoperto Brain.fm per caso e ne sono rimasto affascinato tanto da raccomandarlo a colleghi e colleghe. Tutto bello, ma c'è un "ma".
Pubblicato il 16 Giugno 2024

Non scrivo da un po’ sul mio blog.

Sono in effetti stati mesi un po’ pieni, considerato che ho chiuso un capitolo importante della mia vita professionale per aprirne un altro, il quale mi auguro sia ugualmente bello, intenso e proficuo.

Vedremo: non volevo parlarvi di questo, oggi.

Avevo in canna un post su alcuni libri che ho letto e di cui vorrei parlarvi, ma c’è stata una roba che ha attirato molto la mia attenzione, tanto che -confesso- sono almeno dieci giorni che sto pensando che sì, questo era una buona scusa per tornare a scrivere qui.

Si tratta di un tool, un’app, uno strumento pratico: Brain.fm.

Cos’è Brain.fm

We’re about making a positive impact.
Music is usually made to grab your attention, which leads to distraction. We create music with a new approach, putting your needs first.

Sì esatto. Attraverso Brain.fm puoi creare musica per degli scopi specifici.

Tu dici cosa vuoi fare (lavorare, dormire, imparare, motivarti) che genere vuoi (acustico, classico, elettronico, atmosfera, cinematic) oppure se preferisci puntare su un suono naturale (una foresta, un fiume, la spiaggia, l’immancabile pioggia) e l’intelligenza artificiale genera un suono sostanzialmente infinito.

Non solo: la piattaforma lavora sugli effetti neurali della dimensione sonora. In pratica, l’impatto che ciò che ascolti ha sulla tua capacità di pensare.

Fra i settaggi che prevede, quindi, Brain.fm ti chiede se vuoi che la piattaforma produca un effetto basso, medio o alto (la description di quest’ultimo settaggio recita: “Try the strongest level of our neural phase locking technology if you need extra stimulation, or have attentional challenges (ADHD or similar)“).

Mentre scrivo, sto ascoltando con un settaggio “Creativity – Acoustic – High effect” un brano che mischia suono di acqua con una melodia piuttosto cadenzata, fatta da una batteria leggera e una tastierina simile a quella che andavano in voga nei pezzi pop di vent’anni fa.

Brain.fm non è gratis. Costa, per la precisione o al mese o all’anno.

Io ho beccato il pacchetto annuale che vale 69,99 dollari (5,99 dollari al mese invece che 7,99) e mi hanno regalato anche quattordici giorni per aver inserito la carta di credito.

Questi i fatti. Veniamo alle riflessioni.

Foto di Kirill da Pixabay

Il suono come elemento centrale dell’esperienza

Siamo sempre più affascinati dall’elemento sonoro, tanto da renderci conto di quanto sia efficace il semplice ascoltare da aver rilanciato format di contenuto che con l’invasione del linguaggio video sembravano aver finito il proprio percorso.

Oggi i podcast sono uno dei formati più interessanti e ingaggianti (e, per dire, tanto è il fascino di questo mondo che io stesso ho scelto di tornare in un’agenzia che ha una unit dedicata al podcasting e al sound design), frutto anche del rallentamento che negli ultimi anni è andato cercandosi fra le cose della vita (eredità -positiva- della pandemia).

Nel 2024 i trend attesi per questo macrocosmo sono stati diversi.

Fra questi, il passaggio a dimensioni audio totalmente immersive, l’influenza dell’AI nell’ideazione e produzione, il match con le tecnologie di realtà aumentata per potenziarne gli effetti.

In generale, si osserva una ricerca al personalizzare l’esperienza utente puntando a sviluppare un ambiente sonoro che possa potenziare le sensazioni che si prova ascoltando musica o simili.

Un ritorno che ha sicuramente una ragione molto concreta.

A cosa serve la musica

In un articolo pubblicato sul sito della Pfizer e intitolato “Why -and how- music moves us” si legge:

“Listening to (or making) music increases blood flow to brain regions that generate and control emotions. The limbic system, which is involved in processing emotions and controlling memory, “lights” up when our ears perceive music.

The chills you feel when you hear a particularly moving piece of music may be the result of dopamine, a neurotransmitter that triggers sensations of pleasure and well-being.”

Why -and how- music moves us” – Pfizer.com

Personalmente non mi stupisce che in una società alla perenne ricerca di una soddisfazione perpetua, un deliziarsi infinito che è vorace e incessante, sia stato (ri)scoperto il piacere di ascoltare e lasciarsi emozionare da un bel suono.

Pur non essendo una cosa nuova, sapere che ad esempio con la musica puoi migliorare le tue performance intellettive non può che accendere delle lampadine (tipo quella che ha indotto il team di Brain.fm e lavorare alla loro piattaforma).

Certamente la capacità attraverso la tecnologia di rendere ancor più individuale l’esperienza, generando formule sempre più individuali ed efficienti di ascolto, non può essere evitata.

Così come la scrittura, però, resto dell’idea che il sintetizzare in laboratorio un modello espressivo (e narrativo!) naturalmente umano sia un qualcosa da affrontare con attenzione e non con leggerezza.

Sintetizzare i racconti

L’esigenza di sviluppare mondi sonori pensati per rallentare, fermarsi, concentrarsi, meditare è nata già il secolo scorso.

Fu Brian Eno a coniare il termine “Ambient”, realizzando Music for Airport che portò a immaginare alla composizione come una chiave per riempire gli spazi, renderli diversi, migliorarli, e gettando le basi per quella corrente New Age che attraverso la musica si dotava degli strumenti per elaborare esperienze più intime.

L’album intero, se volete spararvelo tutto in cuffia e dovete prendere un volo.

Dietro questa ricerca c’era la spinta del narratore, quella che pone un’urgenza reale a condividere attraverso un codice un qualcosa di vissuto.

Sia che si scriva, sia che si componga, avevamo di fronte il tentativo totalmente umano di generare un’esperienza che si facesse a sua volta esperienza per chi ascoltava, espandendo ciò che si percepiva.

Oggi questo tentativo si dilata in una forma tutta sintetica, dove l’uomo gioca la parte del Divino (sì, si traveste da Dio), tessendo i fili di ciò che la macchina può fare e definendo il perimetro in cui la composizione può muoversi.

Plasma il reale, prova a insegnare a uno strumento come funzioni la nostra mente, e gli affida il mandato di entrarci dentro.

Brian.fm è uno dei tanti tentativi dell’umanità di sistematizzare la propria creatività, massimizzandone gli effetti e concentrandone le potenzialità in uno strumento attivabile a necessità.

Special guest nel mio blog

Ho parlato di come interfacciarsi con una piattaforma come questa con una persona esperta di musica, l’amico e compositore Antonio Cafasso, che potete seguire -e vi consiglio di farlo- anche sul suo profilo IG, cui mi rivolsi anche per parlare del capitolo sulla musica che scrissi per Le Storie Infinite.

A lui ho posto due semplici domande.
La prima è “Quanto possiamo considerare musica il risultato di queste applicazioni“, e
Antonio mi ha risposto così:

“Se intendiamo la parola musica sotto la definizione della Treccani “Arte che consiste nell’ideare e nel produrre successioni strutturate di suoni” potremmo apparentemente definire anche i risultati di queste applicazioni come tale. 

In realtà la situazione è ben diversa, qui non siamo di fronte ad un vero pensiero artistico, questa successione di suoni non segue e non vuole rispecchiare nessuna idea espressiva, emotiva, figuriamoci artistica.

La musica per essere tale deve essere espressione di qualcosa di umano, ed anche se non ha un significato immediato, chiaro e definito, deve essere sempre pura espressione.

Ora tu mi dirai allora tutta la musica fatta per ballare non è musica? Beh, è ben diverso.

L’interazione tra movimento corporeo e musica è una cosa che esiste dall’alba dell’umanità, ed è letteralmente presente in ogni tipo di cultura umana di qualunque zona del globo.

Ma l’essere umano storicamente per studiare ha sempre necessitato di silenzio.

Qui invece siamo dinnanzi ad una successione di suoni, che in maniera anche abbastanza campata per aria (per non dire truffaldina), mira ad ottenere un risultato, quindi ad avere una funzione specifica.

È musica tanto quanto una pianta catastale è arte visiva.“.

Ancora una domanda

Antonio è una persona molto diretta e ha un approccio alla musica profondamente competente. Ripensando alla musica Ambient e a come ci sia necessità di questo modo di esprimersi, creare, insomma immaginare, non ho potuto esimermi dal chiedergli “Dove possiamo trovare esercizi simili “analogici”, frutto del lavoro di un/una musicista? Esistono?“.

Sì ci sono, ed il cosiddetto Ambient è uno dei generi che va molto adesso. A questa diffusione, anche un po’ eccessiva, ha contribuito soprattutto la relativa ed apparente semplicità con cui questa musica può essere realizzata (ovviamente è una semplicità apparente perché realizzare musica Ambient fatta bene è difficilissimo e tanto tanto impegnativo) ed il mercato attuale degli strumenti. Sempre più strumenti musicali, come ad esempio sintetizzatori o effetti esterni a pedale, vengono realizzati con determinate sonorità in mente. Ed in un certo senso il mercato degli strumenti è particolare, perché è sia capace di influenzare che di venire influenzato. Se ti fai un giro su instagram vedi che sicuramente l’Ambient è tra i generi più popolari”.

Nella prossima puntata

Accolgo con piacere l’ultimo spunto di Antonio perché, indirettamente, mi conferma quanto ho scritto proprio ne Le Storie Infinite.

Adattare le narrazioni sta diventando un esercizio sempre più interiorizzato dall’essere umano, e che va oltre al bisogno di sfruttare al massimo una piattaforma.

Prometto che ci rifletterò, in futuro, ancor di più.

Ma non ora, e chissà se con Brain.fm in sottofondo.

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