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CHE FARE CON SQUID GAME

Ho visto la serie TV di Netflix e mi ha divertito il giusto. Squid Game però si è attirato anche qualche critica: perché?
Pubblicato il 17 Ottobre 2021

Sto leggendo tanti pareri discordanti rispetto a Squid Game, la produzione sudcoreana di Netflix che ha rapidamente raggiunto la testa delle classifiche delle Serie TV più viste probabilmente di tutti i tempi.

Confesso di averla letteralmente divorata in pochi giorni, anche se un collega il cui parere è sempre molto posato, giorni fa, mi aveva accennato di un finale non proprio all’altezza delle aspettative.

Ora, è evidente che stiamo parlando di una storia anche abbastanza già vista, in termini di temi (il tema del gioco come occasione di violenza, la clausura, l’onnipotenza di pochi a sfavore della sostituibilità di tanti) ma anche di un fenomeno, sarà per le scelte scenografiche che per il fatto che se vuoi vederla te la devi puppare in coreano, quindi con i sottotitoli, in una forma che non fa che caricare ancor di più la performance degli attori coinvolti.

Concentriamoci comunque sulla forza della storia, e vediamo.

Un mio contatto su Facebook l’ha definita “ignorante e gretta” e addirittura “una caduta di stile” per Netflix.

Luca Tremolada anche l’ha abbastanza bocciata.

Ci sono poi gli insegnanti che parlano di Squid Game come di una “palestra” sbagliata per gli under14.

Insomma, ce n’è per tutti i gusti, anche per chi l’ha definita geniale: una roba che divide.

Le storie di cui abbiamo bisogno, lo Squid Game che vogliamo

Che le persone si nutrano di storie (chi è assiduo di questo blog lo sa) è un fatto. Che le persone non sappiano di che storie hanno bisogno, è un altro.
Periodicamente, saltano fuori fenomeni mediatici che mettono al centro la violenza: a volte si tratta di trend virali senza senso, altre volte di saghe dove alla violenza viene dato un senso più simbolico, quasi sempre con logiche pedagogiche.

In effetti tanto quanto alle storie affidiamo il compito di raccontare le nostre debolezze, così cerchiamo di uscire dai nostri confini identificando in allegorie anche bizzarre il nostro bisogno di senso delle cose. D’altronde, con l’accelerazione portata dal digitale, la nostra vita è letteralmente incapace di fermarsi.

L’uomo ha ceduto il credito concesso all’osservazione alla bulimia di emozioni, che sta ovviamente portando come effetti collaterali delle difficoltà relazionali con il nostro corpo, con gli altri, con il concetto di fallibilità. Viviamo come se fossero in un flow di contenuti, ma questo non può che danneggiare la percezione delle cose.

Squid Game si inserisce in questo contesto e riporta un valore come quello delle cose più genuine a terra, caricandolo però di una spettacolarizzazione che è coerente con il nostro bisogno di dare un senso a ogni gesto, sia esso fotografare una pietanza al ristorante o descrivere una scena vista sul tram.

Si parte dal concetto di gioco infantile, ma si carica di responsabilità e lo si estremizza, il tutto con una lettura diversa dalla nostra, più spettacolare e disinibita come quella dell’estremo oriente, dove il sangue o l’onore hanno significati più profondi che da noi.

Squid Game ci apre le porte all’osservare uno schema anche percettivo diverso, dove il significato dei sentimenti è presentato in maniera diversa dalla nostra (pur rimanendo saldi i valori che ne ancorano il senso) con il focus su una società più spigolosa e teatrale, che ci sembra quasi divertente ed esagerata rispetto a “noi”.

Quando vediamo morire persone che giocano a 1,2,3 Stella e ci divertiamo nel vedere l’assurdità della cosa, ma non la metafora che si prova a lasciare, perché sappiamo che il tutto si svolge in un contesto che rimane profondamente diverso dal nostro.

Quando poi si prova a dire che, in fondo, il tutto è abbastanza inutile perché non c’è neanche un vero insegnamento (e qui le persone che ho citato lo fanno egregiamente) allora ci si sposta sul paternalismo, sul fatto che guardando violenza ad esempio i più giovani potrebbero esserne ispirati negativamente.

Questo nonostante il cinema e in generale il mercato delle storie sia saturo di narrazioni dove la violenza è architrave di storie potenzialmente esplosive.

Funny Games (1997) di Michael Haneke, reperibile completamente su YouTube, e di cui esiste una versione shot-to-shot completamente identica alla versione austriaca, è un film dove la violenza diventa centrale e solo apparentemente fine a se stessa.

Io personalmente non so se Squid Game sia in questo senso “un problema”. Piuttosto, per quanto sia superficialmente divertente, lo trovo abbastanza anonimo. Anzi, direi che il finale (probabilmente in linea con il desiderio sud coreano di vedere una sorta di lieto fine molto “europeo”) mostra come sia una produzione tutto sommato ruffiana, che tenta di colpire nel cuore dello spettatore facendo leva su sentimenti e sensazioni abbastanza convenzionali, certamente non così distintive.

E non ritengo neanche che sia così violenta, visto che sulle medesime piattaforme di streaming si possono vedere anche cose decisamente più cruente anche bypassando il parental control.

Come operazione commerciale direi che è pienamente azzeccata, ma per spostare il concetto di storie, o movimentare il dibattito, o anche per rivoluzionare il mondo delle narrazioni contemporanee, direi che serve molto altro.

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