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SAPRESTI DIRE A COSA TI SERVONO I SOCIAL NETWORK?

Sono più di dieci anni che sto sui social network, ed è strano constatare di come non sappia ancora bene dire "a cosa servano".
Pubblicato il 28 Novembre 2020

Mi sono reso conto che, dopo aver lavorato alla nuova edizione di Personal Storytelling, ho cominciato a ragionare per schemi quando si tratta di social network, come per silos concettuali.

Mi spiego meglio.

Ci sono ambienti che ormai frequento con più curiosità e attenzione, altri che invece considero la giusta valvola di sfogo anche per socializzare, mentre altri ancora hanno smesso da tempo di darmi soddisfazione o comunque un reale valore aggiunto, tanto che ho cominciato ad adottare meccanismo di autodifesa abbastanza particolari.

Tanto per dire: su Facebook ho cominciato a defolloware tutti i miei amici, consapevolmente. Un meccanismo che sistematicamente applico in batteria: “Smetti di seguire”, che talmente ormai faccio in automatico che talvolta mi capita di cancellare connessioni senza volerlo (e chiedo scusa a chi si è trovato depennato dalle amicizie senza motivo, è stato fatto non di proposito).

Perché lo faccio è semplice: perché mi sono reso conto che questo voyeurismo continuo negli anni mi faceva male.

Sapere cosa facciano gli altri sempre ti porta a diventare parte delle loro vite, senza però esserlo. Si cerca di trasferire vicinanza quando non c’è. Si sintetizza l’esperienza di contatto in un modello totalmente digitalizzato però estremamente fallace.

Non andava per niente bene. “Smetti di seguire” e via. Sul wall solo pagine che seguo ed eventualmente gruppi. Se proprio devo, qualche opinion leader di particolare interesse, ma non troppi.

Ed è stata, questa, una scelta presa in linea con ciò che sento di essere.

Per certi versi, posso dire, quella griglia che abbiamo proposto io e Andrea ai nostri lettori è diventata la lente sotto cui osservare tutto il mio modo di intendere il digitale. Ci sono luoghi dove mi sento di dire chi sono e cosa faccio, in altri dove presenzio e attivo conversazioni in forma estremamente puntuale.

Si dirà: un buon successo.

Forse sì, tenendo conto che è frutto di un percorso ormai ultradecennale di presa di consapevolezza, di cosa sia la nostra vita online.

Forse però c’è ancora da fare, almeno per me.

Entro nel merito della questione citando ad esempio il curioso caso del mio ultimo post su Facebook: mi sono trovato per la seconda volta a chiedere aiuto ai miei contatti su una questione, in questo caso un parere sulla propria banca. A settembre era capitato per un elettrodomestico.

Siccome fra i miei contatti ci sono anche amici particolarmente pungenti, uno di loro mi ha chiesto:

Sono molto simpatici, i miei amici di Facebook 😀

E io, senza pensare, gli ho risposto “E a che servono i social sennò?”, fatto salvo che poi, dopo che ho pubblicato il commento e l’ho riletto, mi sono reso conto di aver scritto una roba che anche io non sapevo bene circoscrivere a una risposta definita.

Ho cominciato a rifletterci meglio.

Quello che doveva essere un sistema per socializzare (qualsiasi cosa si intendesse con questo termine nella Silicon Valley) si è tramutato sostanzialmente in un sistema di condivisione delle esperienze, però settate su determinati parametri che sono andati a conformarsi mentre gli utenti imparavano a usare quegli strumenti.

È diventato uso comune mettere online roba che ci riguarda estremamente bella, o estremamente brutta, alternando picchi emotivi come un matrimonio o un lutto, una malattia o una laurea.

Ci piace metterci in mostra, o veicolare attraverso noi informazioni con un preciso scopo commerciale (in una società in cui siamo tutti influencer di qualcuno, se io dico che una roba mi è piaciuta e divento advocate di una marca di fatto compio un gesto con un grande valore economico), ma non siamo portati a usare la capacità di restituire attraverso contenuti multimediali la nostra normalità.

La mission era “unire le persone”, ma nei fatti è diventata un “unire le persone in nome di una plastificazione del percepito”. D’altronde chi mette su TikTok un video dove è brutto? Chi mette la foto di un piatto non dico riuscito male, ma normale? Chi produce un contenuto con l’intento di restituire la normalità?

Nessuno.

Viviamo per sintetizzare la nostra immagine, lì sopra.

Tipo io oggi a pranzo mangerò probabilmente una caprese. Non la fotograferò per metterla online su un social qualsiasi: magari quell’azione la compierò stasera quando farò la pizza, in un tripudio di eccezionalità che una volta era tutt’al oggetto di culto per le privatissime macchine fotografiche a rullino.

Torniamo al mio post sopra.

Questa tendenza alla spettacolarizzazione si porta dietro anche la necessità di caricare di senso cose apparentemente normali, tipo la scelta di un elettrodomestico o un fornitore.

Se io scrivo su un social “generalista” come Facebook o Twitter “Mi consigliate X?”, le persone probabilmente osserveranno la discussione, e se si raggiungerà massa critica si sentiranno in dovere di intervenire, talvolta anche in maniera decisa.

Nel mio post sopra, ad esempio, si è scatenato un dibattito nel dibattito sulla bontà di un consiglio, con scambi di opinioni che non so neanche dire quanto fossero focalizzate sul punto di partenza (io, che chiedevo un parere).

Tutto è stato amplificato, anche il senso di una micro-esperienza di consumo.

E nel mezzo c’ero io, che mi ero messo “a nudo” fin dall’inizio, lamentando che avevo una difficoltà. Infatti qualcuno, scherzosamente, me lo ha fatto notare.

È qui che si ferma il successo di cui sopra e cominciano le domande.

È incredibile come il mio rapporto con il social network si stia plasmando sulla funzione che deve avere il contatto con gli altri. Tipo su LinkedIn il mio scopo è quello di trasferire la mia vita professionale per generare opportunità di crescita: allora racconto ciò che faccio per la mia azienda o mi complimento con un ex collega, sempre con il preciso intento di scoprire cose che possano arricchirmi.

Ed è normale farlo anche se il complimento lo faccio a un professionista che non sento da anni o se ciò che faccio con la mia azienda sia argomento da discutere di continuo con estranei. Anzi, è un dovere, per certi versi.

Su Facebook, invece, l’unica ricchezza che percepisco concreta è cercare di sfruttare l’alto numero di miei contatti per avere pareri. Per interagire con essi, non lo ritengo un buon canale: però trovo che sia un buon modo per accelerare quel contatto che potrebbe portarmi ad avere feedback autentici e fidati.

In quel contesto, chiedere un parere a chi non senti mai è legittimo. Se chiamassi quel ragazzo che mi ha risposto come da screenshot per chiedergli cosa pensa della sua auto probabilmente mi prenderebbe per scemo, dato che non ci vediamo e sentiamo per telefono da 15 anni. Su Facebook no: lì è normale.

Siamo arrivati nel 2020 -quasi 2021- con a disposizione un incredibile strumento per incontrare persone, che si è ridotto a diventare una specie di comparatore sempre disponibile. Questo è, almeno per quanto mi riguarda, il più grande social network del mondo.

Altri mondi sono diventati spazi di incontro che amo molto (LinkedIn, chissà per quanto, speriamo per sempre), altri una specie di sintesi fra grandi magazzini e locali di stand-up comedy che comincio a faticare a comprendere (Instagram o TikTok, ad esempio) in cui la bellezza della creazione di un buon contenuto si mixa alla possibilità di attivare le persone a comprare qualcosa. Non so, c’è qualcosa che non mi funziona in tutto questo: quando ci sono entrato, lì sopra, non ci sono entrato per queste ragioni.

Forse per quello ho cominciato nell’ultimo anno a rivalutare pesantemente Twitter: lì sembra resistere, con molta fatica c’è da dire, un principio di base che riconduce alla socialità più pura basata sugli interessi. Ma è veramente un parere tutto personale.

Sullo sfondo, sempre quella sensazione per cui tu possa essere parte di un meccanismo, con la tua vita che diventa hub di contenuto ed esperienze per riempire quegli spazi, con la consapevolezza che è sempre più difficile andare oltre alla curiosità di osservare da lontano gli altri per giustificare il tuo “starci dentro”.

È però un fatto che al di là dei dubbi sulla gestione dei dati (ne avevo parlato altrove, lascio dire a voi se bene o male), almeno per ciò che riguarda me, stia attraversando un periodo in cui osservo cosa stia dando e chiedendo attraverso questi canali e mi chieda a cosa serva, realmente, e quale sia il loro scopo ultimo.

Se voi vi siete risposti, ditemelo. Ovviamente attraverso un social.

PS: l’autore della foto in testata è lui.

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