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Le religioni sono narrazioni transmediali

Il fatto che le religioni siano ancora oggi in grado di polarizzare l'attenzione di miliardi di persone dovrebbe farci riflettere.
Pubblicato il 19 Gennaio 2025

Ogni domenica vado a messa.

Affronto questa ritualità con il doveroso, personalissimo senso di ricerca spirituale che chiunque -chi più, chi meno- percepisce in sé.

Forse per questo quando sento dire “religioni” o “cattolicesimo” non mi formalizzo: ho sempre pensato che ci sia un percorso che ogni essere umano affronta per capire sul serio che cosa possa significare, il rapportarsi al Sacro.

È difficile anche per me, considerato che sono parte in causa, guardare a questo fenomeno con il doveroso distacco.

Ci provo, a maggior ragione tenendo conto che richiamarsi a una religione significa necessariamente fare propri dei valori.

Mentre ascoltavo il prete predicare, nella navata semivuota di una funzione di inizio mattina, ho fatto caso in maniera più definita alle modifiche volute da Papa Francesco qualche anno fa nelle formule adottate dal rito.

In particolare si sono introdotte delle variazioni durante l’Atto Penitenziali (introducendo un più inclusivo “Confesso a voi fratelli e sorelle“, ad esempio) e al Padre Nostro, nel tentativo di avvicinare la Chiesa all’umanità del ventunesimo secolo.

Non è la prima volta che capita.

Nel ‘900 la Chiesa decise di “girare” il senso dell’officiante, che smise di dare le spalle all’assemblea, ad esempio.

Sono modifiche continue a un gesto che rimane nell’essenza sempre uguale a sé stesso.

Ecco.

Mentre il prete parlava, è stata un po’ questa la riflessione: sono più di duemila anni che, volente o nolente, le persone stanno appresso a un sistema valoriale e rituale che ha attraversato epoche e rivoluzioni.

Un collante in grado di modificare società e comportamenti e che ha riguardato miliardi di persone, considerato come così come il Cristianesimo (e le sue confessioni) sia una delle religioni più seguite, ma appunto, sia una fra le tante.

Islam, Buddismo, Induismo, Confucianesimo, sono poli attorno cui le persone si coagulano, si uniscono, sviluppano comunità.

Come è potuto succedere?

La forza di una storia

La risposta, ancora una volta, sta nella forza delle narrazioni.

Quando Joseph Campbell scrive nel 1949 “L’Eroe dai mille volti” mette a fuoco nella teoria del Monomito una specie di struttura ricorsiva da migliaia di anni.

Per identificare le caratteristiche, l’autore cita -anche- le religioni, in cui si ritrovano molte delle caratteristiche che la sua schematizzazione sintetizza.

Secondo Campbell, le religioni non sono meri resoconti storici o dogmi, ma piuttosto racconti simbolici e archetipici che rispecchiano esperienze fondamentali della condizione umana.

A titolo di sintesi, riporto un piccolo sunto che ho fatto fare da ChatGPT, così che -se non abbiate letto il libro- possiate farvi un’idea in breve di che caratteristiche presentino le religioni in termini narrativi.

Simbolismo e archetipi universali
Le religioni utilizzano simboli e archetipi per rappresentare verità profonde sull’esistenza umana, come la nascita, la morte, la rinascita, il sacrificio e la trascendenza. Questi archetipi sono presenti in tutte le culture, dimostrando che le religioni sono espressioni diverse di un’unica narrazione universale.

La funzione delle religioni
Le religioni forniscono un framework per affrontare le grandi domande della vita, quali “Chi siamo?”, “Qual è il senso della vita?”, e “Cosa succede dopo la morte?”.
Esse aiutano a guidare gli individui attraverso le fasi della vita e a integrare l’esperienza individuale con l’ordine cosmico. Attraverso rituali e miti, le religioni servono da ponte tra il mondo materiale e quello spirituale.

Il mito come metafora
Campbell insiste sul fatto che i miti religiosi non vadano presi alla lettera (come fatti storici), ma interpretati simbolicamente. Essi descrivono processi interiori e spirituali, non eventi concreti. Ad esempio, la morte e la resurrezione di figure divine (come Gesù Cristo, Osiride o Dioniso) rappresentano il ciclo della trasformazione personale e universale.

Unità nella diversità
Nonostante le differenze tra religioni, Campbell mostra che i loro miti condividono una struttura narrativa comune.
Ad esempio:
– La “chiamata divina” corrisponde alla chiamata all’avventura del viaggio dell’eroe.
– Le prove spirituali riflettono le sfide archetipiche dell’iniziazione.
– L’illuminazione o la salvezza simboleggiano la ricompensa ottenuta dall’eroe alla fine del viaggio.

Psicologia e spiritualità
Basandosi sulle teorie di Carl Jung, Campbell vede le religioni come espressione dell’inconscio collettivo. I miti religiosi incarnano bisogni psicologici profondi e servono a integrare l’individuo con il cosmo. Le storie religiose, come quelle mitologiche, descrivono un percorso di morte simbolica e rinascita che rispecchia il processo di trasformazione interiore.

Siamo nativamente pensati per farci trascinare in narrazioni che ci diano un senso, che ci spingano verso il non spiegabile.

Lo sappiamo fare, lo abbiamo sempre fatto, e lo continueremo a fare, a dispetto dello sforzo di secolarizzare i valori che stanno alla base di ogni confessione.

Religioni transmediali e progettualità misurabili

Al di là della potenza della storia e della capacità di spiegare il reale, abbiamo sottovalutato forse quanto le religioni siano anche strutturate secondo logiche transmediali.

Nel paper “A Mythological Approach to Transmedia Storytelling” possiamo leggere:

Al di là degli elementi di ispirazione mitologica, esiste ancora un legame tra narrazione mitica e narrazione transmediale: la loro dimensione performativa. Nelle comunità tradizionali, il mito, una storia esemplare che racconta gli eventi fondativi del gruppo, viene ricordato periodicamente, in circostanze rituali, raccontandolo o drammatizzandolo di fronte a un cerchio di iniziati (Eliade 1963). La reiterazione rituale del mito ha un ruolo di solidarietà comunitaria attorno a valori comuni, incarnati da rappresentazioni mitiche e trasposti in norme di comportamento collettivo. Da qui, la componente paradigmatica del mito (Eliade 1963; Cassirer 1972)”.

Le “Circostanze rituali” sono momenti di co-creazione.

La celebrazione diventa uno delle tante opportunità in cui la community (o forse, in questo caso si può italianizzare in comunità) condivide e sviluppa una narrazione collettiva che si distribuisce nel mondo.

Prima però c’è un punto focale, quello che si potrebbe definire la core-story.

La Bibbia per l’ebraismo, il Nuovo Testamento per il Cristianesimo, il Corano per l’Islam, etc.

Attorno a un testo si costituisce un meccanismo centrifugo e distribuito, come fosse -appunto- la storia da cui si dipanano tutte le altre.

Semplificando potremo dire che lo schema sia quello teorizzato da Jason Mittel in Complex Television: The Poetics of Contemporary Television Storytelling, 2012, ribattezzato Unbalanced Transmedia.

Tutto parte da una testualità base (il testo sacro) da cui si espande un sistema multipiattaforma (i riti, le credenze, i tempi, le narrazioni ancillari come i miracoli o le apparizioni) e su cui germogliano una serie di linee narrative, individuali e collettive.

Attorno a queste, dicevamo, il ruolo della comunità è essenziale, perché rafforza la narrazione e permette alla stessa di affermarsi.

Scavando nelle storie delle varie religioni, infatti, il coinvolgimento e conseguentemente il proselitismo diventano un aspetto essenziale.

La ritualità spiega, coinvolge e allarga la base di chi crede, in un circuito virtuoso che radica la storia, attorno cui si sviluppa il legame fondamentale e la ragion d’essere in termini mitologici.

È essenziale però l’elezione individuale dei valori a costituire il vero fattore d’ingaggio: una conversione porterà emulazione.

Questo sistema di emulazione conduce alla co-creazione, in un meccanismo ancestrale e ricorsivo per la ricerca del senso profondo delle cose.

È questo uno degli aspetti più da approfondire anche per chi non si interessa di religioni in senso stretto.

Analizzarlo infatti potrebbe portare a definire dei modelli che in alcuni casi sono già stati assunti in scenari più “terreni”, di egual successo (si pensi ad esempio ai totalitarismi novecenteschi).

Nel mio caso, questa consapevolezza non cambierà il mio rapporto con la Fede che mi sono scelto.

Mi rendo conto che cercare di spiegare i meccanismi che regolamentano la relazione fra una confessione e un individuo potrebbe banalizzare l’oggetto del contendere, in un certo senso renderlo meno sacro.

La Fede però è un qualcosa che non si piega alle leggi umane: è dogmatica e altamente personale.
Può vertere sì su meccanismi terreni, ma è scollegata da ciò che è spiegabile.

Ecco perché, pur consapevole che per spiegare l’inspiegabile l’uomo usato la sua vocazione al racconto, non mi sento di abbandonarmi all’Ateismo o all’Agnosticismo.

Per chi non crede, però, tutto questo potrà rivelarsi un fenomeno di coinvolgimento altamente qualificato, che dalla politica alla narrazione di marca potrebbe ritrovare spunti di valore.

Forse l’aspetto più di valore che rilevo è la necessità di una tangibilità del progetto narrativo, che non può esimersi dall’identificare un modo anche per misurare il successo di cosa si progetta.

Oggi una religione ha dei dati con cui si può confrontare: numero di fedeli, distribuzione territoriale, anzianità della confessione.

Si può dire sia un’attività umana sociale altamente misurabile, esattamente come può dirsi essere l’istituto del matrimonio o la predisposizione al benessere di uno stato.

Di quanti progetti narrativi si può dire la stessa cosa?

Le strutture narrative, la cui applicazione è mainstream in diversi ambiti, in questa chiave non prescindono da una logica più teorica: diventa mandatorio mettere a fuoco gli effetti, quanto siano evidenti degli effetti di una narrazione.

In questo, la transmedialità diventa una direttrice fondamentale per concepire un progetto realmente impattante sul mondo.

Le religioni stanno lì a dimostrarlo: solo quando certi meccanismi vengono attivati, possiamo parlare di reali narrazioni durature ed efficaci.

L’alternativa è una teoria anche molto corretta, ma senza indispensabile scarico a terra.

Il punto è identificare in quanti siano in grado di accettarne non solo la progettazione, ma anche l’esecuzione pratica.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Denys Vdovychenko da Pixabay

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