Narrazione e Narrativa sono due cose diverse.
Combatto strenuamente da anni contro l’uso del secondo che, in qualità di neologismo, è diventato sinonimo del primo termine.
Peraltro, sono felice di sapere che anche l’Accademia della Crusca mi dia ragione.
La trovo una brutalizzazione snob della nostra meravigliosa lingua per tante ragioni.
Intanto, per l’abbattimento di ogni senso in termini di traduzione, dato che il detto neologismo stesso nasce dalla terribile italianizzazione dell’inglese Narrative.
C’è poi un valore proprio strutturale di equiparazione di due significati diversi, che per capire il mondo che ci circonda si devono tenere completamente scollegati.
Narrativa, infatti, indica qualcosa di particolare in italiano.
Genere letterario, comprendente il romanzo, il racconto, la novella ecc.: questo editore pubblica solo opere di n.
|| Il complesso delle opere appartenenti a tale genere: la n. contemporanea
Quando parliamo di Narrativa intendiamo quindi una declinazione.
Una forma di racconto espressione certo di un gesto (e quindi di una narrazione) che sottintende una chiara vocazione, quella di trasferire una storia con modelli che dipendono da una tradizione culturale.
Regole strutturate e sistemi codificati che possono diventare oggetto d’insegnamento.
La Narrativa si può “imparare”, inteso come oggetto di produzione.
Io posso apprendere i rudimenti di una scrittura narrativa, semplicemente studiando delle strutture che possono essere applicate poi alla mia creatività e al mio modo (unico, per definizione) modo di raccontare.
Per questa ragione, in questo testo, mi prenderò una libertà.
Declinare “Narrativa” in generale come quel complesso di storie equiparabili ai romanzi, alle novelle etc.
Allargherò il perimetro anche ad altri sistemi, ad altri format, per agevolare un ragionamento che mi sembra doveroso.
Questa premessa serve per capire il motivo che mi ha spinto a inserire in apertura uno scatto di quell’obbrobrio diplomatico cui abbiamo assistito nello Studio Ovale.
La Narrativa come strumento di recupero dell’identità nazionale e continentale?
Nella prefazione de Il viaggio dell’Eroe di Christopher Vogler (Dino Audino, 2010) si legge:
“Gli artisti di tutto il mondo stanno in guardia contro l’imperialismo culturale, la violenta esportazione delle tecniche narrative di Hollywood e l’emarginazione degli accenti locali. I valori statunitensi e i presupposti della cultura occidentale minacciano di soffocare il gusto esclusivo delle altre culture.
Molti osservatori hanno evidenziato che la cultura americana sta diventando la cultura mondiale e che sarebbe una sconfitta se i soldi sapori disponibili fossero zucchero, sale, mostarda e ketchup.
Questo problema interessa maggiormente i narratori europei perché molti stati con tradizioni culturali distinte sono trascinati in un’unione.
Si sforzano di creare storie che in qualche modo siano universali, che possano attraversare i confini, poiché gli spettatori di una nazione potrebbero non essere abbastanza numerosi d aconsentire costi di produzione in perenne crescita.
Rivaleggiano con prodotti statunitensi estremamente competitivi, che cercano di conquistare in modo aggressivo il mercato mondiale.
Monti narratori europei studiano e applicano tecniche americane, ma si preoccupano perché le loro tradizioni locali uniche potrebbero andare perdute. […]
Ho notato che in Australia gli artisti sono estremamente consci dell’imperialismo culturale, forse perché gli abitanti di quella nazione hanno dovuto lottare per creare la propria società.
Hanno forgiato qualcosa di differente dall’Inghilterra, indipendente dall’America e dall’Asia, influenzato da tutte e tre ma esclusivamente australiano e animato dalla misteriosa energia del territorio e degli aborigeri.”
Dell’Imperialismo culturale che ha indotto tutto il mondo a consumare un determinato set di contenuti narrativi ho parlato diffusamente ne Le storie infinite.
In particolare, mi sono concentrato alla ricerca da parte di Netflix di serie locali da produrre, un po’ sulla falsariga di Squid Game.
La necessità di abbassare i costi di produzione ha portato un network americano ad affacciarsi sui mercati locali.
L’obiettivo è attingere a un database naturale di storie che potessero variare lo spartito e avere in catalogo qualcosa di sempre nuovo.
Un’esigenza prima di tutto economica, che ha elevato però all’attenzione di noi osservatori una tendenza.
Il pubblico ha ancora voglia di scoprire storie che nascano e vengano sviluppate, narrativamente, secondo linguaggi e tecniche più locali, senza che queste vengano influenzate da metodologie diventate global.
Un fenomeno di costume come Squid Game, che è comunque frutto di un’influenza culturalmente “imperializzata” apre a uno scenario geopolitico frammentato in cui l’Europa rischia di diventare Cenerentola.
La spinta alla riscoperta della Narrativa locale può diventare traino delle menti.
Tutti i Paesi infatti, soprattutto quelli europei, hanno una tradizione narrativa.
Parliamo di unicum che hanno fatto scuola (penso alla fiaba tedesca, o ai grandi narratori russi), espressioni individuali che hanno permesso la nascita di genere (l’inglese Mary Shelley, autrice di Frankestein) o di correnti per certi versi filosofiche (Èmile Zola e il naturalismo francese).
Pilastri della nostra cultura che, con il ‘900, abbiamo in un certo senso smesso di sviluppare, ricercando la bellezza del raccontare in influenza oltreoceano sempre più impregnante.
Nella letteratura, nel cinema, nella radiofonia, l’influenza del linguaggio americano ha permeato sempre più l’Europa e i suoi narratori.
Ne ha limitato forse la capacità di sperimentare e di costruirsi un mercato e un pubblico in grado di comprendere e apprezzare.
E attenzione: questo è successo anche in altri campi.
La musica, ad esempio.
Ma concentriamoci sulla narrativa in senso stretto.
Due esempi distanti fra loro, ma interessanti
Questa cifra stilistica oggi è riconoscibile.
Lasciatemi fare due esempi.
Il primo è uno spot di Jeep del 2013.
S’intitola Whole Again e lo mostro sempre durante i miei corsi.
Con un montaggio emozionante e la voce straordinaria di Oprah Winfrey, la risposta delle persone presenti in aula alla domanda “Piaciuto?” è sempre la stessa.
“No, troppo americano“.
Lasciamo perdere che sia uno spot che parla di un’operazione di charity del brand automotive in favore dei reduci di guerra.
Tralasciamo la pianificazione media (il SuperBowl, niente di più americano) che giustifica il tono.
Dimentichiamo anche il legame del brand Jeep con tutto ciò che concerne dal punto di vista simbolico.
Fermiamoci sulla retorica americana, intesa come “arte del discorso“: quella poggia su basi solide.
Possiamo riconoscere in ogni struttura narrativa, nell’applicazione degli archetipi, nello sviluppo narrativo che poi si declina nella costruzione del contenuto.
Diventa musica, tono di voce, immagini, che riconosciamo come parte di un sistema culturale codificato e che percepiamo nostro… ma che non sempre lo è.
E qui arrivo al secondo esempio, che riguarda il raccapricciante show a favore di telecamera cui abbiamo assistito nello Studio Ovale.
È il video di un veterano di guerra americano, che commenta la scenetta di Trump e Vance vs Zelensky.
Di quest’uomo sappiamo già, senza conoscerlo.
È un veterano in tutto e per tutto.
Cappello della Major League di baseball.
“Coach” come nickname (sarà allenatore di una high school?).
La barba incolta, i muscoli, l’eloquio con quel “son of a bitch” sibilato fra le lacrime.
La musica.
Questo video è un manifesto di potremo descrivere un veterano americano che combatte per la libertà, Eroe senza macchia e senza paura da cinema, e vede il proprio Paese tradire la sua missione.
La stessa cosa, non riusciremmo a restituirla con la stessa cristallina capacità, se protagonista fosse un veterano di un altro paese, al netto della lingua.
Trovo questo sistema di costruzione di senso estremamente indicativo.
Il reale diventa credibile, grazie al codice narrativo
La narrativa nata dall’Imperialismo culturale permette di dare un senso a contenuti che nascono dal basso (social network) o per usi diversi (lo spot di cui sopra), interiorizzando significati profondi e dando senso a fatti reali.
In questo caso, il punto di vista di un veterano che commenta un episodio che entrerà nei libri di storia racconta molto.
Attraverso l’archetipo che riassume, ritroviamo l’idea con cui è stata raccontata qualsiasi operazione militare degli ultimi 24 anni.
Un modo di tradurre il concetto di Operazioni di Polizia Internazionale: sdoganato nell’immaginario collettivo non dal puntuale racconto giornalistico (abbiamo riscoperto i reporter di guerra, dopo trent’anni dove stavano lentamente scomparendo, proprio con la guerra in Ucraina) ma dalla certosina e depurata declinazione cinematografica.
È chiaro che questo ha contribuito a polarizzare gli animi (chi odia gli americani odia la loro retorica, chi li ama li ama ancor di più), e influenzare il modo che abbiamo di comprendere ciò che succede.
Diventa accettabile che un presidente americano faccia lo “strozzino” (Mentana docet) con un partner parlando di “carte in mano”.
Diventa credibile la ricostruzione di Bob Woodward pubblicata nel suo ultimo libro, War.
“Sappiamo che state contemplando l’uso di armi nucleari tattiche in Ucraina,” avrebbe detto Austin, “qualsiasi impiego di armi nucleari, su qualsiasi scala, contro chiunque, sarebbe visto dagli Stati Uniti e dal mondo come un evento che cambia il mondo. Non esiste una scala di armi nucleari che potremmo ignorare o che il mondo potrebbe ignorare”.
bob woordward
Mentre Biden inviò un messaggio direttamente a Vladimir Putin, paventando “conseguenze catastrofiche” per la Russia, Austin avrebbe avvertito che gli Stati Uniti avrebbero riconsiderato tutte le restrizioni imposte a Kyiv e che Mosca avrebbe affrontato l’isolamento internazionale.
Alla risposta di Shoigu, “non mi piace essere minacciato“, Austin avrebbe replicato: “Signor Ministro, sono il leader dell’esercito più potente della storia del mondo. Io non faccio minacce“.
Una scena “da film”, non trovate?
O narrativa, per dirla in modo diverso.
Più Europa, più narrativa europea
Se veramente il futuro vedrà l’Europa dover contare di più su se stessa, diventa indispensabile riscoprire anche le proprie radici narrative.
Certo, la Difesa. Più Unione politica. Gli investimenti sull’energia comune.
Ma i popoli si nutrono di narrazioni, e la Narrazione collettiva del MAGA è la dimostrazione che oggi più che mai raccontare le cose diventa più importante che discernere quanto sia qualcosa sia vero o falso.
Non siamo ancora in grado di costruire questo tipo di proiezioni narrative: nessuno in Europa ha ancora avuto la capacità di orientare in maniera strutturata e crossmediale il cambiamento secondo una chiave realmente impattante.
Riscoprire però le proprie tradizioni narrative, dando fiato alla ricerca e alle singole scuole creative, può permettere di sviluppare l’humus su cui può germogliare un continente emancipato dai Grandi Imperi.
Edificare scuole autenticamente europee per sviluppare una narrativa (e non narrazione, mi raccomando!) che si stacchi dalle regole, dalla retorica e dalle strutture US.
Restituire potere anche alla costruzione di un racconto dell’esistente meno influenzato da sistemi “iniettati” dall’esterno, per rafforzare quello spirito di ricerca di ogni tradizione.
Sul lungo periodo sarebbe uno sforzo che potrebbe ridare voce allo spirito più identitari, supportando quella necessaria presa di coscienza che il mondo sembra non possa esser più “US-centrico”.
In un periodo dove le destre sono sempre più attratte dalle spinte nazionaliste, non ci sarebbe niente di più patriottico.
Provare a ritornare a una ricerca autenticamente nazionale per trovare i modi di raccontare, lasciandosi contaminare dalle scuole europee ma ritrovando quello spirito di ricerca e genialità che ha animato narratori e narratrici dei secoli passati.
Non sarebbe una scelta squisitamente autarchica questa, ma un ritorno a riappropriarsi della propria identità per ritornare a guardare il mondo con occhi diversi, rinnovati, e forse più capaci di interpretare e capire i fatti che ci circondano.
L’uomo è fatto delle storie che ascolta. Si impara a capirle, ascoltandole.
E allora, torniamo ad ascoltarle costruite da regole tutte nostre.




