Si parla tantissimo di genitorialità nel nostro Paese, e se ne parla da anni come un’urgenza.
D’altronde, fare figli è una questione chiave per gli equilibri nazionali: dai temi legati alla previdenza alla forza lavoro, per non parlare dell’occupare di caselle sensibili (medici, soldati, ingegneri…).
Fare figli prevede però il tema del diventare genitori.
Cosa che, modestamente, sono diventato quasi dieci anni fa inaugurando una fase della mia vita che -fortunatamente- continua ancora oggi.
Ho letto un sacco di cose in questi anni sull’essere “genitori”, e oggi, mentre attendo che la mia terza figlia faccia a giorni 3 anni, mi son detto: “Ok, forse puoi dire la tua“.
Perché diventare genitori?
Mi stupisce molto il modo che si ha di raccontare la genitorialità.
Potrei dire che ci siano diversi profili di questa speciale categoria narrativa, isolabili plasticamente in figure un po’ sempre uguali fra loro.
L’appassionato/a. Chi passa il tempo a dire che “C’è un’unica via”, ed è quella appunto di riprodursi. Io per dire ho sempre fatto parte di questo club (ala moderata). Fare figli e figlie è una cosa meravigliosa, quindi non c’è altro destino. E infatti…
L’odiatore/odiatrice. Posizione diametralmente opposta. Non vogliono vedere infanti manco in cartolina, voterebbero la legge per impedire ai bambini e alle bambine l’ingresso al ristorante e in generale ai luoghi pubblici, non si pongono il problema di offendere chi si riproduce (sfumatura questa che appartiene anche alla prima categoria ma in senso contrario, ci tengo a precisarlo).
Il dubbioso/a. Non sa, non saprebbe. “Di solito mi copro ma se arriva boh, valuterò“. Alla fine è un qualcosa che può succedere, una variabile: non so dire se li o le voglia fino in fondo, d’altronde stiamo parlando di un figlio o di una figlia, sono ancora troppo giovane per avere una risposta definitiva.
Il pentito/a. Solitamente, chi superata una certa età e comincia a notare che avere figli o figlie non è automatico. Ci sono degli equilibri anche fisici da considerare, e spesso si cominciano a scoprire proprio quando la macchina non risponde come ci si attendeva e niente da fare, non arrivano. Negli ultimi vent’anni questa roba è diventata sempre più frequente: per dire, con l’abolizione della visita di leva, pochissimi uomini si scoprono il varicocele (io lo scoprii prima e mi operai per quello, ed eccomi qui).
Della categoria fanno parte anche i dubbiosi che “Massì, ci penso” e poi oplà hai 50 anni.
Tutte e quattro le categorie alla base della propria posizione esprimono solitamente argomenti afferenti a:
– lavoro e disponibilità economiche;
– equilibrio della propria vita;
– situazione sentimentale.
Alcuni tendono anche a inserire una visione d’insieme del pianeta (“Come fai a fare figli in questo cazzo di mondo?“). Posizione molto in voga agli inizi del millennio, oggi più sfumata ma sempre presente.
Ora, e qui voglio soffermarmi, come si evince dall’elenco -che non pretende assolutamente di essere esaustivo- in almeno due punti su tre, almeno un po’, ci entra lo Stato.
Se il governo o il parlamento non possono sicuramente aiutarmi a trovare un partner affidabile (a meno che non apra un Tinder statale, ma funzionerebbe come l’Agenzia delle Entrate, quindi eviterei) possono sicuramente fare per me altro.
Una politica del lavoro dignitosa, con retribuzione eque garantite.
Uno stato sociale che supporta le famiglie.
Scuole che funzionano.
Garanzia della gestibilità del tempo in funzione della genitorialità.
Alcune delle cose che possono entrare nell’agenda politica serenamente e che possono influenzare le posizioni espresse su.
E quindi: ci entrano?
Io non credo che l’Italia non supporti i genitori.
La riforma dell’Assegno Unico Universale è stata a mio giudizio molto sensata, e rispetto a qualche anno fa è stato allungato il congedo per i papà da un giorno (sic!) a dieci giorni (beh).
Oggi hai tre anni di paternità o maternità facoltativa da giocarti per figlio o figlia, pagata al 30% dopo il primo anno di vita.
Basta?
No.
Assolutamente no.
Perché il problema non è tanto l’avere di più o fare i pascià sulle spalli degli altri contribuenti: è avere il minimo per tirare a campare.
Se le scuole mi aprono a metà settembre e mi chiudono i primi di giugno, chi non ha nonni o zii è fottuto.
E no, non c’è centro estivo che tenga (al di là dei costi). Questo è un esempio (piuttosto recente), potrei farne altri.
Il discorso però è un altro: è che cosa può fare lo Stato?
Perché sì, da un lato potrebbe rendere strutturare il lavoro da remoto, aumentare la maternità facoltativa, sviluppare più strutture per supportare i genitori.
Dall’altra, però, sono le persone che devono entrare nella logica che avere un bambino o una bambina non è faccenda solo economica o organizzativa, ma personale.
Perché per quei problemi, di riffa o di raffa, alla fine li risolvi.
Se non hai i nonni, puoi trovare la baby sitter.
Se non hai i soldi per la baby sitter, ci sono i permessi.
E se i permessi non bastano? Cambi lavoro.
La condizione fa il risultato, perché alla fine è quella roba lì.
Genitorialità è mettere di fronte la tua condizione rispetto agli altri, così come fa (giustamente) una persona emancipata che fa il suo percorso.
Perché alla fine neanche nei tanto decantati paesi nordici le condizioni sono perfette per fare famiglia.
Anche lì ci sarà sempre un costo, un orario, un impegno che non collimerà perfettamente con la propria carriera, i propri desiderata, la propria vita.
Ciò non toglie che questo Paese i genitori un po’ li prenda per il culo.
Perché è vero che ci sono cose buone.
Ma è anche vero che ad esempio, nel silenzio complice della politica, il lavoro da remoto sta tornando marginale.
Che alcune scuole cominciano il 16 settembre.
Ci sono sempre meno pediatri, e poco pagati.
L’inflazione colpisce tutti gli articoli per gestire bambini e bambine (e non sono esenti IVA).
Le auto da sette posti non le fanno più, e quelle che ci sono costano una fucilata. Se però devi mettere tre seggiolini a norma, nelle auto normali non ci stai: quindi non viaggi a norma.
Ci sono i bonus per il nido, per carità: ma se non entri in graduatoria, cazzi tuoi.
E non tocco per pietà tutto il tema delle adozioni e degli affidamenti.
Quindi, siamo al gatto che si morde la coda.
Non convincerai mai chi odia l’idea di figliare a figliare.
Potresti indurre chi ha dei dubbi a spostare le proprie convinzioni e lanciarsi in quest’avventura, ma se non hai gli argomenti è inutile provarci.
Per chiudere, diciamo la verità.
Rimane un fatto essenziale.
Essere genitori è FATICOSO.
E di base bisogna essere onesti e oneste prima di prendersi carico di una vita.
Personalmente vedo percepita, a livello sociale, la genitorialità come uno status symbol.
Un fenomeno la cui evidenza più vergognosa è lo Shareting, contro cui mi batto da anni e che richiederebbe un intervento legislativo netto e senza sconti.
Molti fanno figli o figlie rimanendo alla componente patinata, fatto salvo che nella quotidianità la gestione di un bambino o di una bambina è un gigantesco casino.
Un casino che toglie più che dare, in termini pratici: perché essere genitori significa in primis sacrificarsi, togliendosi cose, tempi, attimi, e rivolgendoli ad un’altra persona (o altre persone, nel mio caso).
L’approccio moralizzatore vorrebbe che ora facessi una filippica su quanto la società individualista in cui viviamo non invogli alla generosità nativa che dovrebbe mostrare un genitore.
È un po’ vero, intendiamoci.
Le persone sono mediamente più attente al proprio benessere, e ci sta che qualcuno possa lecitamente lasciarsi deliziare dalla vita “senza impedimenti”.
Il focus però non è tanto questo.
È quanto la società faccia giocare ad armi pari genitori e non genitori.
E qui casca l’asino: non lo fa.
Perché in fondo, si è uniformata a un certo modo di intendere le cose, e anche di viverle.
Dove l’empatia che il bambino o la bambina dovrebbe generare, in qualche termine, spaventa, disturba, allontana.
Ci si conforma al senso di smarrimento dell’annullarsi per un’altra persona; meglio un sano realismo dove ci sono io, e bon.
Succede nelle relazioni a due, figurati in quelle che triangolano.
E non vale risponde “Hai voluto un figlio? Ora non rompere i coglioni“, perché il dibattito pubblico è su quanto si debbano aumentare le nascite.
Io non ho timore in effetti di questa condizione, ne mi interessa convincere chi non vuole figliare a farlo.
Dico solo che se da un lato lo Stato ha certamente delle colpe, beh, alla fine della fiera guardiamoci un po’ dentro e riconosciamolo, che siamo diventati anche un po’ troppo concentrati su noi stessi e noi stesse.
Alla fine non si figlia più ANCHE perché sempre meno persone hanno voglia di avere rotture di scatole (non solo, ma anche).
Sarebbe un ottimo primo passo per capire che forse, la denatalità non è “solo” un problema di norme (o di alibi?).




