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Ciao Don

Un ricordo di Don Paolo Gariglio, parroco.
Pubblicato il 20 Gennaio 2026

Paolo Gariglio, di professione prete, è nato il 15 ottobre del 1930.

Ci ho ripensato spesso a questa data mentre negli anni ho osservato il tempo scorrere, con le pieghe della vita che si affastellano e le persone che hanno segnato il mio ‘900 andare via.

Ero consapevole che, ad un certo punto, anche per Don Paolo Gariglio, detto semplicemente Don o scherzosamente Cozza -abbreviato Coz- per via di quella pelata che stava lì sin dagli anni ’70, sarebbe arrivato il momento del trapasso.

In un certo senso, ero anche preparato.

Oggi che però questo momento è arrivato, posso assaporare quell’agrodolce sensazione che vivi quando muore qualcuno che ti ha fatto sentire meno solo, semplicemente esistendo.

L’ultima volta che l’ho visto e ho avuto modo di parlarci era stato qualche anno fa.

Posso ringraziare la vita di avermelo fatto incontrare quell’ultima volta fra Château e Valle Stretta, dove forse il suo percorso terreno ha lasciato i segni più evidenti.

Lo accompagnai in jeep a dire una messa. Mi chiese di guidare perché non se la sentiva di farlo lui. Doveva salire per uno dei tanti turni di ragazzi che passavano di lì, alla Maison de Chamois, e lo accompagnai volentieri.

Fu forse come dirsi arrivederci, non tanto con lui quanto con i tanti Me che attraverso lui potevo rivedere.

Il ragazzo impaurito delle medie, l’indeciso delle superiori, il giovane adulto alla scoperta del mondo negli anni dell’università, fino ad arrivare a oggi, che sono padre, marito e -in un certo senso- ho dato seguito a quanto immaginavo per me nelle estate trascorse con lui.

Sapevo che poteva essere l’ultima volta che capitava, di vivere un’esperienza simile, per quello dissi subito di sì.

Ne fui grato.

Certo, oggi che sto pensando come mettere per iscritto i miei pensieri verso questa persona cui ho voluto bene, ripensarci un po’ mi rattrista.

Un uomo per gli altri

Parlare di Don Paolo Gariglio è complicato, perché quando ci si pensa subito il pensiero corre non tanto a lui, ma a ciò che lui ha fatto per te.

Sì sì certo: si potrebbe raccontare che faceva l’aviatore, che diceva di esser veterinario, che andava in montagna al passo di un alpino, potremo parlare dei cani lupo che ha avuto o di Canale 4 (questa la capiranno in pochi ndr), potremo parlare degli scherzi da prete o dei suoi modi spicci, delle cene che ci facevi in casa parrocchiale, delle riunioni, di quella sigaretta fumata di nascosto insieme all’Eitabl di Château con caffé e ammazzacaffé, potremo parlare delle domeniche sera dove ci accendeva le luci del campo di calcio all’oratorio, delle chiacchierate in confessionale, potremo parlare dei rimproveri esagerati o delle cazziate epocali ai campi quando facevamo qualche casino.

Possiamo parlare di tante cose, quando parliamo di Don Paolo.

Ma bisogna fare una differenza sostanziale in ciò che si dice.

Perché ci sono cose che parlano di lui, e cose che parlano per lui.

Come ogni uomo Don Paolo era un universo fatto di emozioni, sogni, parole, gesti, e ovviamente idee.

Ma sono così tante e strabordanti le cose che ha lasciato, che per capire chi sia stato veramente bisogna andare oltre lui e le sue inconfondibili caratteristiche.

Anche qui, devo pescare al mio bagaglio personale per dare un senso a ciò che dico.

In questi anni trascorsi lontani dalla “sua” parrocchia, conoscendo tante altre comunità e tanti altri luoghi dove professare la mia Fede, il suo nome è stato una specie di lasciapassare.

“Sa, io ho fatto i campi a Nichelino”, dicevo al prete mentre mi presentavo. Lo dicevo orgoglioso, consapevole di aver preso parte a un movimento che non era solo ideale, ma vivido.

“Ah, con Don Paolo Gariglio”, rispondeva lui, e garantisco, in quel “lui” ci sono tante persone diverse.

Lo conoscevano tutti perché sulla bocca di tutti, in quegli anni, era corsa la voce che a Nichelino c’era un uomo che salvava i ragazzi.

Li portava in montagna, li faceva guardare in alto e mettersi in ascolto.

Spesso finiva che invece che Dio anche i più scettici dicessero di aver solo ascoltato la voce della propria anima.

Molto spesso, bastava per lasciarsi alle spalle la fontanella in Piazza Rossa (chi è di Nichelino capirà ndr), quelle amicizie un po’ così, il rischio di trovarsi in un mondo che buono non era.

Non voglio qui dire se quella voce arrivasse da qualcosa che non riusciamo a comprendere.

Ma è un fatto che su quelle strade fatte di pietra, fra salite impossibili e cieli tersi, montagne silenziose e aria deliziosamente fredda, girando lo sguardo attorno a me vedevo persone che tornando a casa si sentivano nuove, diverse.

C’è chi è diventato genitore, c’è chi è rimasto solo, c’è chi si è fatto prete, c’è chi si è sposato e risposato, c’è chi ha smesso di andare in chiesa. Sono tanti i percorsi e le storie di chi guardando a quanta vita sia trascorsa, quante scelte siano state compiute, si possono contare: in ognuno si scorge importante quella sagoma, inconfondibile tanto quella di Hitchcock.

Quanti siamo? Centinaia? Forse migliaia?
Chi può dire quante persone possano fare questo esercizio e, nel proprio intimo, guardarsi con onestà e ammettere che senza di lui forse sarebbe potuta andare diversamente?

Era un uomo alto, robusto, mai stanco, sempre con l’idea di portare la sua idea di Dio in giro, un Dio che sapeva essere Padre -raccontava strenuamente- soprattutto per i giovani fra i 12 e 20 anni, i quali rischiano di perdersi se si muovono senza bussola.

Il suo habitat? Quello dei ragazzi e le ragazze di Nichelino, la strada, il quartiere, i marciapiedi di via San Matteo: tutti da salvare, da proteggere, da aiutare a crescere.

Attorno a loro, una comunità da tenere insieme, da modellare, da rendere casa per chi nella sofferenza non sapeva più come fare.

Lui non era mai il problema: era la soluzione.

Quando non si sapeva dove fare gli esercizi spirituali, ci mise casa sua, a Château.

Quando servivano dei fondi, pescava dall’eredità cospicua della sua famiglia.

Quando il problema era la droga, fondò una casa di accoglienza per tossicodipendenti, per disintossicarsi.

Quando serviva dare una voce alla comunità, contribuì a fondare un giornale e una radio.

Quando venne a mancare il lavoro, mise insieme i ricchi della città e le persone di buona volontà, ed erogò uno stipendio ai disoccupati (ripensate alla Viberti e quel piccolo aiuto mensile che la parrocchia dava a ogni famiglia, annunciato dal pulpito alla messa delle 11).

Quando morì il parrocco (Don Joe ndr), tornò all’opera dalla pensione, in attesa di un altro che potesse svolgere il ruolo.
Era stanco, forse sapeva che non era più il suo tempo.

Attese che arrivasse Don Riccardo e con gli anni che trascorrevano, dovette mettersi nell’ordine di idee di ritirarsi.

Inaccettabile, per uno come lui. Non fu facile, forse, andare via da Nichelino.

Questo non gli ha impedito di fare ciò che amava di più.

Fino alla fine è salito lì, alla Maison de Chamois, senza curarsi di essere anziano o di non poterlo fare come quando aveva 50 anni (e infatti divenne mitologico quando si ruppe l’omero -era l’omero? Boh- cadendo durante la Messa in Valle, un luglio di qualche anno fa: lo portarono via in elicottero, roba che aveva scollinato i 90 e rideva mentre lo imbragavano e lo issavano senza atterrare, c’è gente che a 40 si cagherebbe addosso e sì, sto parlando di me).

Era del 1930 e lo sapevamo un po’ tutti che era questione di tempo: prima o poi sarebbe morto. Fisiologico, no?

Però tutti eravamo sereni perché, alla fine, Don Paolo diceva sempre che non vedeva l’ora di morire per capire cosa ci fosse nell’Aldilà.

Non che gli andasse a noia stare da questa parte: era solo curioso di vedere una roba che era sicuro ci fosse, semplicemente non sapeva che forma dargli.

Quando gliel’ho sentito fare per la prima volta questo discorso avevo meno di quattordici anni e una paura incredibile del futuro. Ripensandoci oggi, lo capisco.

Un ultimo saluto

E allora, caro Don Paolo, lasciati salutare un’ultima volta, come fossimo di fronte uno all’altro.

Farò finta di essere sulla pietra in Valle anche stavolta, quando ci si sedeva là vicino a te e si parlava della vita guardando l’orizzonte. Era uno dei posti più sicuri del mondo, quello: ancor oggi non credo di essermi sentito tanto in pace come lassù.

Grazie per avermi accompagnato fino a qui.

So che alla fine, in questi anni, hai pregato per ognuno di noi anche se con molti hai perso i contatti.

Grazie per averci dato una possibilità di vedere un futuro diverso. Grazie per avermi aiutato a essere la persona che sono.

Tengo nel comodino la pietra di Gerusalemme e un rosario che mi hai regalato venticinque fa.
Sulla abat jour ho sempre legato il fazzoletto dei ragazzi di Valle Stretta che ci avevate dato al campo Adolescenti del 1995.

Servono a ricordarmi sempre da dove arrivo e quali sono le cose in cui credo.

L’ultima volta che ti ho visto ti raccontai proprio di quel fazzoletto verde, e che un altro identico che avevo era legato sulla culla di mia figlia.

Ogni volta lo vedeva, Matilde mi chiedeva cosa fosse e ogni volta le raccontavo quelle che nei film di Don Camillo erano “Incredibili favole vere”: i miei ricordi di lassù, insieme a te e agli altri che hanno avuto la fortuna di vivere quelle esperienze.

Credo che la tua eredità stia tutta in quel gesto lì: raccontare ai propri figli cosa hanno vissuto grazie a te. So di non essere il solo.

Ora però è il momento di lasciarti andare.

Chissà dove sei mentre ti scrivo.

Ovunque tu sia, spero tu possa ascoltarmi come quando eravamo sulla pietra e mi congedavi dicendomi “Ciao piccionazzo” (c’avevi ragione, lo sono ancora).

Io invece, scelgo di salutarti con il titolo della tua trasmissione radiofonica su Radio Nichelino Comunità.

La sigla era un motivetto fischiettato, non ricordo il titolo. Poi cominciavano tante voci di giovani che ripetevano proprio quel titolo. Confesso: era diventato una specie di meme, quella sigla (scusaci!).

Nell’inverno del 1994 ero anche venuto ospite: fu la prima volta che parlavo a un microfono. Avevi già capito tutto di me.

Beh, comunque: quel titolo lo avevi scelto perché tutti alla fine ti salutavano così, e questo basta.

È il modo giusto per augurarti buon viaggio.

Ciao Don.

Fonte immagine: Nichelino.com

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