CHI SONO

BLOG

CONTATTI

BOJACK HORSEMAN È UN PICCOLO MANUALE DI STORYTELLING

Se siete addicted di Netflix e non avete visto la serie BoJack Horseman, allora vi state perdendo anche un piccolo manuale di narrazione.
Pubblicato il 13 Giugno 2020

Le serie TV ormai mi appassionano poco. C’è troppa offerta, e a dirla tutta trovo abbastanza castigante il dover impostare il tempo libero che dedico alla visione di contenuti audiovisivi sull’aver voglia di finire una storia.

Perché è quello che fanno le serie, no? Ti fanno venire voglia di arrivare alla fine, nel più breve tempo possibile.

Naturale che poi tutti diventi Binge watching, come se arrivare al fondo di qualcosa che ti piace sia un valore aggiunto -o peggio, una delle metriche con cui valutare la propria esperienza di spettatore: con l’abbondanza poi di offerta che il settore si ritrova, il risultato è o diventare addicted o, semplicemente, di allontanarsi dal genere.

Io ad esempio riesco a guardarne due al massimo in contemporanea, e per “contemporanea” intendo due nello stesso semestre. Quando esce Gomorra, ad esempio, guardo quella e stop.

Quando usciva l’ultima stagione di Game Of Thrones, idem. Mi sono sforzato di stare dietro a The Leftovers e non mi sono perso la stagione evento di Twin Peaks, comunque senza mai sovrapporre con qualcosa che fosse più complesso di Grey’s Anatomy. Chernobyl e 8 giorni alla fine sono riuscite a vederle perché erano oltremodo contenute, mentre sto attendendo pazientemente di gustarmi la serie di Childish Gambino, Atlanta (la comincerò non appena avrò la concentrazione di cui sopra).

Viceversa, confesso di aver mollato alla seconda stagione Westworld e alla terza Stranger Things, non aver superato il primo episodio di True Detective o Breaking Bad e non di n0n aver la minima intenzione di cominciare La Casa di Carta o Dark (di cui ho visto i primi 10′, confesso).

Perché? Perché, semplicemente, mi pare che ognuna di queste meritino attenzione e tempo, quasi una dedizione maniacale: e io ogni anno che passa divento sempre più insensibile all’infatuaménto.

Quando capita che mi faccia coinvolgere in una serie TV, è perché questa ha un valore aggiunto sostanziale (ai miei occhi, evidentemente) e perché ritrovo un quid di unicità che altrove non ritrovo.

La mia non è una valutazione qualitativa (so perfettamente che non cominciando Breaking Bad mi sto perdendo un piccolo capolavoro) ma semplicemente di costo/opportunità: se devo prendere un appuntamento fisso che fagocita il mio tempo libero, voglio che sia veramente per un qualcosa di epocale.

Tutto questo preambolo per dire che oggi, dopo una maratona durata tutto il lockdown, ho concluso BoJack Horseman, la serie a cartoni animati prodotta da Netflix con protagonista il cavallo antropomorfo, attore di Hollywoo (perché lì, in quella Los Angeles, non c’è Hollywood, manca la “D”), e posso dire che sia una di quelle cose che mi sento fortemente di consigliare, per tante ragioni.

Io l’ho cominciata perché, a parità di giudizi con le altre che ho citato su, aveva la particolarità di convergere su una modalità di racconto -i cartoni animati- che aprivano spazi di sviluppo narrativo più ampi e variegati.

NB: se non avete visto BoJack Horseman, NON GUARDATE QUESTO VIDEO. Se invece lo avete già visto, sicuro lo riguarderete perché forse vi commuoverà come la prima volta.

Se devo dire, ero abbastanza sospettoso considerato anche il tipo di recensioni che avevo avuto, che vertevano più sulla sua distintività, sul suo soggetto anticonformista e originale, che non sull’oggetto vero del racconto.

Beh, se qualcosa c’è da dire è che quei giudizi erano tutti giusti, nonostante fossero comunque parziali.

BoJack Horseman è una delle cose più belle che potrete vedere in TV, e non solo perché è una serie oggettivamente profonda e complessa, ma perché rappresenta uno spaccato perfetto di come si applicano con profitto le tecniche narrative.

Di cosa parla BoJack Horseman

Prima di aprirsi alla riflessione, val la pena osservare più in profondità perché BoJack Horseman sia speciale, esplorandola.

Uscita negli USA nel 2014 e strutturata su sei stagioni (l’ultima con qualche episodio in più), la serie parla di un attore che abita a Los Angeles: BoJack, appunto. Il nostro si muove in un mondo dove convivono persone e animali antropomorfi (quasi a voler sottolineare che i protagonisti saranno gli “animali da palcoscenico”) secondo le regole più naturali e note: amori, tradimenti, eccessi, delusioni si affastellano con le dinamiche comuni che conosciamo, pur contaminandosi con eccessi inverosimili che rendono il tutto più frizzante (per credere, basta guardare l’episodio 7 della quarta stagione: Sottoterra).

Tutto ruota sulla figura di BoJack Horseman, figura di mezza età che si barcamena fra una carriera piuttosto mediocre di protagonista di sit-com, dipendenze varie e depressione, e vari rapporti che nascono, crescono, muoiono e cambiano con il passare del tempo (la sua manager, la ghost writer, l’amico imbucato che vive a casa sua, il suo attore rivale).

Le premesse potrebbero far pensare a un qualcosa più vicino ai Griffin (che nel loro piccolo, sono un capolavoro) in cui al centro di tutto ci sia la satira più spinta, mentre a uno sguardo attento siamo di fronte a un trattato sull’identità, sulla difficoltà a relazionarsi con se stessi e con l’altro, declinato con una leggerezza che non può lasciare indifferenti.

L’effetto è poi amplificato dalla scelta di sperimentare, in un’alternanza di puntate canoniche e interessanti esperimenti narrativi, come l’episodio interamente girato sott’acqua (terza stagione, episodio 3: Fish Out of Water) o l’equivalente di un potentissimo monologo teatrale in cui BoJack Horseman recita un elogio funebre proposto durante la quinta stagione (episodio 6: Free Churro). 

Questo guardatelo pure, è il trailer della prima stagione.

Tralasciamo poi i piccoli capolavori stilistici dove a essere messi al centro sono la droga e le dipendenze (prima stagione, episodio 11:  Finale deprimente) o la difficoltà a coniugare carriera e maternità (sesta stagione, episodio 2: Un nuovo cliente) che lasciano veramente un senso di pace a chi spera ci sia ancora spazio per vedere qualcosa di nuovo.

Per tutte queste ragioni, BoJack Horseman è un prodotto ben fatto, ben congeniato, che parte da un’idea brillante e si sviluppa con lucidità nel tempo, concedendosi anche il lusso di costruirsi un linguaggio tutto proprio.

Amare BoJack Horseman significa amare il gesto del raccontare

La tentazione dello sviluppare narrazioni efficaci, soprattutto in ambito marketing, si traduce molto spesso nel produrre contenuti politically correct, il più delle volte che riconducono a stereotipi più che sdoganati, archetipi visti e rivisti ma soprattutto riconoscibili, meccaniche e strutture che non escono dai cliché al preciso scopo di rassicurare lo spettatore.

Trattiamo queste espressioni elementari di applicazione delle regole narrative come fossero esempi fulgidi, fatto salvo che se qualcuno dovesse dire che cosa ci sia qualcosa di memorabile in tutto questo rimarrebbe in silenzio.

Ecco allora il perpetrarsi di esempi di narrazioni basiche e poco utili, banali e talvolta sin dannose, che non nobilitano chi le produce ne arricchiscono chi le consuma. Cosa che BoJack Horseman, per inciso, non è.

Ho parlato di marketing perché il comparto delle cosiddette narrazioni aziendali è quello più inflazionato del genere, ma non è che il mondo della fiction e delle arti d’intrattenimento se la passi meglio.

L’uomo moderno ha oggi, in una proposta tutt’altro che povera di contenuti e di narrazioni, l’imbarazzo della scelta: eppure, dal contenuto di marca alle grandi narrazioni politiche, a essere sempre più funzionali sembrano essere quelle ricorsivamente rassicuranti in cui ogni piega viene proposta secondo canoni estetici e meccanici noti, quasi a denotare che ciò che guardiamo sia un rifugio sicuro in cui nascondersi per passare qualche ora di serenità.

Come dicevo su, BoJack Horseman non fa parte di questa categoria: la sua è una storia terribile se stiamo ad osservarne il semplice scorrere degli eventi, il profilo del suo personaggio, anche per certi versi il finale.

BoJack Horseman è un pugno nello stomaco che ti toglie il respiro e ti chiede di fermarti un attimo a riflettere su cosa tu stia guardando (e come questo si rifletta in te): ti fa rispecchiare in te stesso, prima che nelle immagini dello schermo.

Fa ciò che fanno le grandi storie, insomma, non certo chi dice “Io faccio storytelling” senza aver ben chiaro questo tratto distintivo (e ahimè, in questa categoria non ci sono solo narratori in senso stretto).

Sono soprattutto le aziende a propinare con l’etichetta “storytelling” video in cui si vedono prime linee in camice bianco vicino a operai lindi e sorridenti, in fabbriche pulitissime e paesaggi da cartolina, con le classiche riprese da drone a infarcire immagini vuote e in cui il tutto viene presentato con un “La nostra storia è questa” (fatto salvo dimenticare di citare le innumerevoli magagne che la quotidianità di ogni azienda presenta), in un continuo tentativo di abolire ogni tipo di conflitto ed edulcorare la propria realtà.

È tutto un rassicurare con sensazioni sintetiche ciò che viene raccontato, quasi una storia debba essere simile a una navigazione in un specchio d’acqua calma in cui non c’è traccia d’increspature.

Che danno incredibile che ha fatto, sdoganare questo tipo di idea del raccontare. Un po’ come il presentare certi proclami politici con il termine “narrazione”, tralasciando che tutto avevano, fuorché i crismi di una storia propriamente detta.

BoJack Horseman è l’esempio che invece si può prendere qualcosa di estremamente delicato come l’animo umano, travestirlo da serie TV fantastica, prenderlo in giro il giusto per farsi un paio di risate ma riuscire contemporaneamente a metterlo a nudo in maniera semplice ed efficace, facendo dire allo spettatore quando tutto si è compiuto: “Ho visto una roba meravigliosa che mi ha cambiato“.

Perché sì, le storie vere cambiano chi le ascolta. BoJack Horseman lo finisci e sei più ricco e spaventato, arrivi al fondo con le lacrime agli occhi e intanto ci ridi su, perché c’è un po’ di BoJack e della sua debolezza in ognuno di noi e fa tenerezza scoprirlo guardando un cavallo famoso per una sit-com.

BoJack Horseman ha ciò che rende veramente concreta una storia, la capacità di farsi esperienza per chi la ascolta e cambiarlo in qualche modo, farlo riflettere, commuoverlo magari, ma condurlo in altri equilibri.

Quando si racconta bisogna osare. Bisogna esplorare nuovi modi di interpretare e creare esperienze che siano in grado di mettere in discussione i modelli, non riproporli uguali a loro stessi.

A maggior ragione se si è aziende e si ricerca una distintività sul mercato che tutti provano a sottolineare, ma che è difficile poi dimostrare nei fatti: eccolo il suo insegnamento che va oltre le regole di sceneggiatura, o di scrittura, o di animazione, e diventa regola generale.

Oggi fra un’azienda e un regista non ci sono differenze: entrambe costruiscono mondi per le persone, mondi che arrivano in qualche modo in botteghini in cui c’è un pubblico che decide, e a fare la differenza sarà la qualità di ciò che vedrò e vivrò sulla mia pelle.

BoJack Horseman è l’ennesimo esempio che solo chi sa veramente fare proprio questa regola riesce a emergere.

Se non lo avete (ancora) fatto, guardatelo. Al di là degli insegnamenti che può lasciare, è veramente una serie bellissima. Grazie Netflix per avercela proposta.

– – –

Piccolo spazio pubblicità: nel mio piccolo, ho provato a spiegare diffusamente come declinare realmente lo Storytelling nella propria realtà costruendo esperienze realmente narrative in Transmedia Experience. Se vi va, leggetelo!

LEGGI ANCHE

E LA SCUOLA?

E LA SCUOLA?

La totale assenza della Scuola nel percorso di restart post lockdown è un’evidente mancanza di pensiero strategico

leggi tutto
LA VARIABILE

LA VARIABILE

Il 4 maggio comincia in Italia la cosiddetta Fase 2. Torneremo alla vita di prima? Un riflessione sul futuro post lockdown.

leggi tutto
PAROLE, PAROLE, PAROLE

PAROLE, PAROLE, PAROLE

La crisi che ha aperto il COVID-19 viene raccontata in tanti modi, con tante iniziative diverse: ma lo stiamo facendo usando le parole giuste?

leggi tutto

Pin It on Pinterest