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1PASSWORD FOR JOURNALIST

L'app per la gestione in sicurezza delle password omaggia il proprio servizio ai giornalisti. In nome della libertà di stampa.
Pubblicato il 16 Maggio 2021

Se non conoscete 1Password, significa che probabilmente avete buona memoria e non necessitate di mettere in sicurezza tutte le vostre credenziali.

Io per esempio non sono così tanto di buona memoria, e l’ho scoperto sostanzialmente quando è nato. Un mio amico smemorato come me dice che è l’unico abbonamento che ogni anno paga a occhi chiusi, ad esempio.

In pratica, 1Password è – come recita il suo sito – “il modo più semplice per archiviare e utilizzare password complesse“: in pratica tu ricordi una sola password, poi accedi a un’app che ti permette di accedere a qualsiasi sito tu sia loggato.

L’app non è una semplice “cassaforte”, ma una specie di sistema di sicurezza che ti permette di proteggere le tue credenziali e, contemporaneamente, averle sempre a portata di mano.

Una roba utile, insomma, che ha un costo.

Qualcuno potrebbe storcere il naso sul fatto che non sia gratis, però non è così insensato.

D’altronde è un servizio che sicuramente va curato nei minimi dettagli, a maggior ragione considerato che non solo ti tiene le password al sicuro, ma controlla che sia abbastanza complessa, o che non venga crackata.

Un’app utile, ecco. Soprattutto a chi potrebbe essere oggetto di alcune rappresaglie (e ultimamente in Italia si è verificato abbastanza).

1Password for journalist

Forse per questa ragione si è pensato di fare 1Password for Journalist.

Io l’ho scoperto dal sempre attento Massimo Canducci su Twitter.

In pratica, il servizio viene dato in omaggio ai giornalisti certificati che si occupano di temi sensibili, come la politica o la tecnologia.

Essendo iscritto all’ordine dal 2018 ed editorialista di Ninja Marketing, non ho resistito a scrivere chiedendo se avessi diritto anche io a questo particolare servizio.

La cosa incredibile è che 1Password mi ha risposto positivamente. Adam Jones, il loro brand ambassador, mi ha scritto il giorno dopo la mia mail informandomi di avere i requisiti e che la mia domanda era stata accolta.

Uno scambio mail molto cordiale dove mi è stato spiegato cosa sarebbe capitato al mio account (sostanzialmente, veniva marcato come “giornalista”), e che si è chiuso con una loro disponibilità al rispondere a ogni mio quesito.

Una roba molto veloce e positiva, che mi ha fatto riflettere.

Sostenibilità sociale e marche protagoniste

Nella bella chiacchierata che abbiamo fatto insieme a Paolo Iabichino e Giovanni Boccia Altieri insieme all’amico Riccardo Milanesi a Carosello is Book per parlare di Transmedia Experience, è saltato tante fuori la necessità delle marche di prender posizione.

Questa necessità si traduce anche in immaginare iniziative di Sostenibilità che siano facilmente riconducibili a un concetto di utilità sociale evidente e coerente con il proprio business.

Dare uno strumento come 1Password ai giornalisti è anche un modo per affermare l’idea di un’informazione libera, indipendente e sicura, che consideri prioritaria anche dalla sicurezza di chi ci lavora.

Una cosa ancora non scontata in molte parti del mondo (e talvolta anche in Europa).

Per questo, anche come marca, questa campagna di sensibilizzazione ha un valore doppio.

È un messaggio lanciato anche a tutti quelli che giornalisti non sono: lavoriamo ogni giorno perché crediamo nel diritto alla sicurezza, strumento fondamentale per garantire a tutti un diritto alienabile come la privacy (ovvio), e di riflesso anche quello di una stampa senza alcun tipo di vincolo con il potere.

Oggi in effetti anche chi non è giornalista può vivere 1Password come una community, e non solo come un’app. E ovviamente possono considerarla tale i giornalisti, nella speranza che l’idea di raccontare i fatti senza secondi fini rimanga sempre la stella polare di ognuno.

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